L'analisi dell'antropologa sulla cucina del mondo
Nei menù si trova
la civiltà del domani
ELISABETTA MORO


C’era una volta il cibo etnico. Evocava mondi lontani, esotici, da assaggiare di tanto in tanto, con  curiosità e un pizzico di diffidenza. Ma ormai, nel pianeta ipercomunicante, che mescola vorticosamente uomini e cose, il lontano è venuto a stare sotto casa nostra. Con la sua offerta di diversità commestibili, che sono entrate a far parte del nostro quotidiano. Kebab turchi, falafel israeliani, naan indiano, humus palestinese, mezze libanesi, asado argentino, feijoada brasiliana, injera etiope, zigini eritreo, grigliate berbere, piroski ucraini, dim sum cinesi, noodles asiatici, blinis russi, bagel polacchi, tacos messicani, cous cous magrebino, goi cuon vietnamiti, pita gyros greci e sushi giapponese. Così anche la scelta del pranzo è diventata un atto creativo. Una delocalizzazione alimentare. La ricerca di nuovi mondi da esplorare. Solo che per farlo usiamo la forchetta come bussola e il tam tam sul web come radar. Più un piatto è lontano dalle nostre abitudini e tradizioni, più ci sembra che valga il viaggio. Ancorché immaginario.
Diceva il massmediologo Marshall McLuhan, l’inventore della metafora del villaggio globale, che mentre l’uomo paleolitico era un cacciatore di animali e un raccoglitore di frutti, l’uomo globale è alla continua ricerca di nuove informazioni e conoscenze. E il cibo è la prima di queste info. Un file zippato di dati da metabolizzare con il corpo e processare con la mente. Un modo per entrare in contatto con altre civiltà. In questo senso le strade delle nostre città, dove colori, odori e sapori si mescolano, sono la prova generale dell’umanità di domani.
11.06.2017


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