I volti che hanno segnato la 70edizione del Festival
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Talenti sullo schermo
premiati dalla piazza
MARIAROSA MANCUSO


Quarant’anni fa, in una lunga estate calda, un serial killer terrorizzava New York. Sentiva parlare i cani, sfidava poliziotti e giornalisti inviando bigliettini firmati Son of Sam. Lo presero grazie alla ricevuta di un parcheggio, fu condannato a 600 anni di carcere; qualche anno dopo entrò in vigore la Son of Sam Law, che vieta ai criminali di trarre profitto - scrivendo memoriali, per esempio - dai loro delitti.
Dal fattaccio prese spunto Spike Lee per l’unico suo film con i bianchi: "Sos - Summer of Sam" (uscì nel 1999). In quell’estate del 1977 chiunque avesse atteggiamenti un po’ strani era sospettato. Figuriamoci un punk con la cresta, impiegato in un locale gay. In quel film inquadrammo per la prima volta Adrien Brody, che appunto era il punkettone.
Ci era sfuggito invece in "La sottile linea rossa" di Terrence Malik, uscito l’anno prima. Il regista che aveva letto Heidegger, allora al massimo della fama, tagliò al montaggio quasi tutte le scene con il naso più sexy del cinema (dopo di lui viene il naso pestato di Owen Wilson). E noi non riuscivamo a staccare gli occhi dal mezzo svizzero - certi cognomi non mentono - Jim Caviezel.
Fu per Adrian Brody l’inizio di una rapida marcia verso l’Oscar, avuto nel 2002 per "Il pianista" diretto da Roman Polanski (regista che né a Locarno né in Svizzera tornerà più volentieri, dopo l’arresto e le polemiche).
Adrien Brody, premiato al Locarno Festival con il Leopard Club Award, non ha questi problemi. Né si è fatto scrupoli per averci rubato il cuore un paio di altre volte almeno, nei film di Wes Anderson. "Gran Budapest Hotel" - con il suo magnifico hotel rosa confetto, con i cornicioni che paiono di zucchero - e "Il treno per il Darjieeling", con il set da viaggio disegnato da Vuitton.
Ricordiamo precisamente anche la prima volta che abbiamo sentito pronunciare il nome di Mathew Kassovitz. Era al Festival di Cannes, quando "La haine" - titolo italiano L’odio" - vinse il premio per la regia. Meritatissimo per lo splendido bianco e nero. Per i dialoghi in verlan - gergo francese che inverte le sillabe della parole, "verlan" ad esempio sta per "à l’envers", appunto "a rovescio", e "femme" diventa "meuf". Per la trama profetica: un ragazzo conciato in fin di vita dai poliziotti. Per un notevole Vincent Cassel, con cui il regista aveva già lavorato nell’opera prima "Metisse" (una ragazza convoca i suoi due amanti, un ebreo spiantato e un nero figlio di diplomatici, per annunciare che è incinta e avrà il bambino).
Di recente lo abbiamo visto soprattutto come attore, anche nell’ultimo e debolissimo film di Michael Haneke. Il Locarno Festival lo ha scelto per l’Excellence Award Moët & Chandon 2017, regalandoci uno dei pochi film belli visti in Piazza Grande:"Sparring" di Samuel Jouy. Kassovitz è un pugile con più sconfitte che vittorie, quasi fuori limiti di età, in cerca di un’occasione di riscatto da una vita spesa a prender botte.
Charlize Theron non ha avuto premi, più che sufficiente la proiezione in Piazza Grande di "Atomic blonde". Da spia britannica con i capelli biondo platino, spedita a Berlino negli anni 80 quando la città ancora era divisa in due, fa del suo meglio. Non si capisce però perché l’attrice dichiari a destra e a manca che i film d’azione con le femmine non devono scimmiottare l’agente 007, quando il film non fa altro. Era meglio in "Mad Max: Fury Road" di George Miller. Gli accaniti cinefili che frequentano il Locarno Festival lo hanno trascurato, troppe esplosioni e inseguimenti (e loro celebravano il punitivo Jean-Marie Straub). Peccato: era femminista, geniale, magnificamente post-apocalittico, e soprattutto faceva capire chi ce l’aveva con chi. In "Atomic bionde" se le danno di santa ragione, e la trama resta oscura.

m.m.
13.08.2017


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