La memoria perduta tra ignoranza storico e culturale
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Il nuovo antisemitismo
di albergatori e politici
FRANCO ZANTONELLI


A 70 anni dalla fine della seconda guerra mondiale c’è ancora gente che, pubblicamente, commette delle gaffes, citando a vanvera il dramma dell’Olocausto degli ebrei. "Più dura un dibattito o una conversazione più si fa concreto il rischio di richiami a figure del nazismo o alla Shoah", aveva scoperto, nel ’90, l’avvocato statunitense Mike Godwin, come ha ricordato, nei giorni scorsi, il quotidiano Le Matin.
A confermare quella che potremmo definire "la legge di Godwin" ci ha pensato, mercoledì della scorsa settimana, il consigliere nazionale dei Verdi, Jonas Fricker. Intervenendo in Parlamento, durante il dibattito sull’iniziativa popolare "Per alimenti equi", il quarantenne argoviese ha denunciato il modo con cui vengono trasportati i maiali, paragonandolo a quello degli ebrei verso Auschwitz. Aggiungendo, sciaguratamente, che se gli ebrei qualche residua speranza di salvezza l’avevano, i maiali invece sono condannati senza appello.
Uno scivolone che non è piaciuto, in primo luogo, ai suo colleghi di partito, tanto che pareva inevitabile un’espulsione del deputato. Fricker, tuttavia, ha anticipato la misura sanzionatoria nei suoi confronti, scusandosi per la sortita infelice e dimettendosi dal Consiglio nazionale. Un gesto che la Federazione svizzera delle Comunità israelite, dimostrando un notevole fairplay, ha fatto sapere di apprezzare, definendo pertanto "chiusa la vicenda".
Resta la domanda se, quando l’esponente dei Verdi si avventura in quella sciagurata analogia tra i deportati dell’Olocausto e i suini trasportati per venire macellati, dimostra di non conoscere la storia. O semplicemente non è in grado di controllare le sue parole. "Penso che - risponde al Caffè il politologo Iwan Rickenbacher -, essendosi prima scusato e poi dimesso, il suo sia stato semplicemente un gesto d’impeto".
Resta il fatto che, grazie al Verde  Fricker, Mike Godwin ha segnato un altro punto. Un caso, il suo, più o meno simile a quello verificatosi due anni fa, nel Gran consiglio del canton Vaud, e denunciato dall’avvocatessa Anne Weill-Lévy. "Mi ha avvicinata un deputato - la sua testimonianza - e prendendo spunto dalla politica di Israele, mi ha detto che c’era da chiedersi se non sarebbe stato meglio che Hitler avesse portato a termine il suo lavoro". Purtroppo, rileva ancora Anne Weill Levy, "c’è una perdita di coscienza di cosa sia stata la Shoah, ovvero la distruzione di un gruppo di persone, colpevoli solo di esistere".
Si sta inoltre assistendo ad una sovrapposizione tra antisionismo e antisemitismo, ciò che rende labile il confine tra due sentimenti che, in realtà, sono diversi. "La Svizzera - ricorda Elio Bollag, esponente della comunità ebraica luganese - ha una lunga tradizione di antisemitismo, dovuta a Lutero, a inesattezze e ignoranze sulle differenze di comportamento, dovute alle strette regole e precetti religiosi dell’ebraismo".  Per Iwan Rickenbacher è in ogni caso sbagliato definire antisemita chi critica lo Stato di Israele. "Stiamo parlando di due piani ben distinti" sottolinea. E sull’esistenza in Svizzera di un rigurgito antisemita il politologo va cauto: "Mi sento di dire di no". Fatto sta che, ripercorrendo alcuni recenti fatti di cronaca, verrebbe da pensare il contrario. Che dire, infatti, dell’albergatrice di Arosa che, la scorsa estate, ha esposto un cartello, davanti alla piscina del suo hotel, invitando gli ospiti ebrei a fare la doccia, prima di tuffarsi? Come con Fricker anche in questo caso la "legge di Godwin" ha colpito ancora.
08.10.2017


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