Due esperti di terrorismo sul dibattito in corso in Svizzera
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L'intolleranza aiuta
l'Islam più radicale
LORETTA NAPOLEONI E GUIDO OLIMPIO


Una pessima idea. E per molteplici ragioni. La petizione che vuole proibire i movimenti islamisti-salafiti in Svizzera e chiudere le moschee e i centri ad essi collegati preoccupa gli esperti di terrorismo. Negli stessi giorni in cui i Comuni ticinesi sono stati invitati dal dipartimento delle Istituzioni a non autorizzare la distribuzione in pubblico del Corano, i promotori della raccolta firme, che in Ticino ha visto schierato in prima linea il "guastafeste" Giorgio Ghiringhelli, ottengono un magro risultato. Solo 1.492 firme in tutto il Paese (un risultato lontano da quell’81% di svizzeri favorevoli a bandire il salafismo secondo un sondaggio estivo del Sonntagsblick).
Un flop che Ghiringhelli ha ricondotto al - a suo dire - boicottaggio dell’iniziativa da parte dell’intera stampa svizzera, perché la petizione sarebbe stata considerata da molti "politicamente non corretta". Ma Loretta Napoleoni e Guido Olimpio, nelle loro analisi, vanno oltre è parlano piuttosto di un’idea pericolosa. "Chiudere le moschee - sottolinea la prima -spingerebbe infatti i credenti a professare la loro fede in clandestinità". Il rischio non è evidentemente quello di riportare qualcuno a respirare l’aria stantia delle catacombe, un’esperienza da cui sono passate le prime comunità cristiane al tempo delle persecuzioni romane. Ma di spingere ancora di più il fenomeno sul web, assestando un duro colpo al monitoraggio della situazione. Di più, secondo Olimpio, bisognerebbe evitare ogni mossa che provochi il compattamento dello schieramento islamico affinché, sottolinea, "i moderati (o i pragmatici) si distacchino con chiarezza dalle correnti più dure". Per entrambi la risposta contro il radicalismo passa dal dialogo e dall’integrazione delle comunità che arrivano in Europa.
Una visione opposta a quella cavalcata dalla petizione. Come del resto si intuisce dalla "curiosa analogia" rilevata da Ghiringhelli. "La cifra 1.492 - ha scritto - corrisponde all’anno in cui i sovrani cattolici Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia, dopo quasi otto secoli di occupazione islamica, riconquistarono il regno di Granada completando così la Reconquista della Spagna". Insomma parole che riesumano un clima da crociate e quel medioevo declinante (il 1492, per fortuna, è anche l’anno della scoperta dell’America) che spesso viene rinfacciato all’Islam incapace di modernizzarsi. Ma sempre la Spagna catalana mostra che il muro contro muro fa diventare indipendentista anche chi non lo è. Guai se accadesse col radicalismo.


L’analisi/1
Ma l’indottrinamento oggi corre su internet

Torna a soffiare in Europa l’agghiacciante vento delle discriminazioni religiose. I pericoli li conosciamo tutti perché questo è un continente che li ha vissuti sulla propria pelle più di una volta. Eppure la tentazione di puntare il dito contro il dio dell’altro, di attribuire alla fede religiosa i problemi della società moderna è troppo forte. Nel mirino ci sono naturalmente i musulmani. Una petizione in Svizzera chiede la chiusura immediata dei luoghi di culto nonché l’estensione del divieto del Burqa - già in vigore nel Ticino - a tutti cantoni. I motivi li conosciamo bene: le moschee sono luoghi dove si indottrinano i jihadisti, i terroristi del fondamentalismo islamico. Nulla di più falso!
La rete delle moschee, attiva durante gli anni Novanta, dove si reclutava la manovalanza di al Qaeda non esiste più. Oggi l’indottrinamento e la radicalizzazione avvengono online sui siti delle varie organizzazioni jihadiste, quindi sarebbe meglio vietare internet che i luoghi di preghiera. Chiudere le moschee vuol dire spingere i credenti a professare la loro fede in clandestinità, il che significa che sarà impossibile monitorare cosa succede al loro interno, in altre parole si offrirà ai reclutatori un nuovo spazio.
Detto questo bisogna domandarsi perché le discriminazioni religiose sono in aumento, quali sono le cause reali? La risposta è semplice: sono frutto del multiculturalismo un fenomeno recente in Europa. Con quasi 450mila credenti, i musulmani rappresentano circa il 5,5 per cento della popolazione svizzera, e la musulmana è ormai la terza religione. Sono tutti molto integrati e sono riuniti in 350 associazione con 300 moschee. Il vero problema è che si tratta di una comunità di immigrati arrivati a partire dagli anni sessanta, quindi recentemente, i cui membri sono visti come stranieri. È anche una comunità che cresce molto rapidamente e che è visibile. Ma questo è un problema generale non specificatamente svizzero. Ed infatti, l’anti-islamismo è forte in tutto il vecchio continente, anzi fuori dei confini svizzeri lo è ancora di più.
Secondo uno studio pubblicato recentemente da EuropaLink le discriminazioni contro i musulmani sono più frequenti in Austria, nel Regno Unito ed in Francia che in Svizzera. Ma la Svizzera è una democrazia diretta quindi è possibile presentare petizioni e votare su questi temi, cosa che non succede negli altri paesi. Questo processo dà una rilevanza mediatica maggiore al problema.
Per la sicurezza del vecchio continente la strategia da seguire è diametralmente opposta, invece di segregare i musulmani bisognerebbe integrarli. Non dimentichiamo che la comunità musulmana è doppiamente vittima della radicalizzazione proprio a causa della discriminazione religiosa. Quindi è possibile cooperare per evitare il reclutamento al suo interno. Esperimenti di questo tipo, ad esempio in Danimarca, hanno dato ottimi frutti. Ma si tratta di una soluzione di lungo periodo che richiede una tolleranza che al momento, ahimè, è merce rara in tutta Europa.

Loretta Napoleoni


L’analisi/2
Si colpisca l’ideologia invece degli individui

La penetrazione salafita e di una tendenza estremista dell’Islam in Europa non è storia recente. I militanti, con il finanziamento di privati o associazioni, hanno fatto lavoro di proselitismo sin dalla fine degli anni ‘80. Espansione coincisa con la fine della prima fase del conflitto afghano, un’epoca marcata dall’uscita dei russi e dall’esplosione del qaedismo di Osama bin Laden. È stato un periodo  esteso dove hanno avuto tempo per seminare il verbo radicale, quindi è venuta la stagione del raccolto. Una missione che all’inizio è sfuggita ai più, ha colto di sorpresa politici e autorità, anche perchè l’hanno condotta su un file sottile. Ora si cerca di trovare risposte. Alcune estreme, come quella di bandire gli islamisti in Svizzera.
L’iniziativa solleva alcuni aspetti, non secondari. Il primo è la catalogazione dei soggetti o delle entità. Quali sono i criteri per definire il "bersaglio"? Non è facile perché qui si tratta di contrastare non tanto un movimento quanto un’ideologia e un’interpretazione politico-religiosa. Dunque il confine è tutt’altro che nitido. Per la stessa ragione, per un lungo arco temporale, si sono trovati ostacoli nell’individuare, con prove e dati, potenziali terroristi e i relativi canali di finanziamento. Questi ultimi hanno continuato a pompare denaro, a favorire l’apertura di centri di predicazione, minori quanto si vuole ma faro per frange consistenti.
Il secondo punto è più generale. L’islamista si nutre delle spaccature, si infila nelle fratture della società, pesca nella logica del muro contro muro. La messa al bando potrebbe fare il suo gioco, non mancherebbero di sfruttare la "punizione" a fini propagandistici. Lo abbiamo visto anche per altre questioni legate al mondo musulmano, come quella del velo.
È necessario evitare ogni mossa che possa compattare lo schieramento islamico. Dunque importante spingere perché i moderati (o i pragmatici) si distacchino con chiarezza dalle correnti più dure.
Questo si ottiene - credo - con un lungo lavoro di dialogo, di atti concreti, non sono così certo che basti una legge per arrivare alla meta. La questione investe aspetti della vita, scelte sociali, a volte gesti quotidiani. Non è agevole inquadrarli a colpi di codice. Diverse le sensibilita’.
Al tempo stesso è fondamentale la pressione delle autorità su chiunque predichi violenza, faccia da sponda - anche mimetizzata - a gruppi oltranzisti. La strada scelta dall’Italia con espulsioni specifiche senza dubbio portato risultati ed ha allontanato possibili minacce dal territorio. È la tattica del cacciatore che prende la mira e non quella del pescatore che butta la rete a strascico tirando dentro cio’ che trova sotto la superficie.

Guido Olimpio
08.10.2017


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