L'analisi di Marino Niola sui gruppi islamici
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Una risposta sbagliata
ad un problema reale
MARINO NIOLA, ANTROPOLOGO


Mettere al bando i movimenti islamisti-salafiti. È una risposta sbagliata a un problema reale, sentito e trasversale come la paura degli stranieri. Che porta, nell’ansia di trovare il bandolo di una matassa sfuggente, ad attribuire una causa unica a fenomeni come l’insicurezza contemporanea, che di cause ne ha mille e non tutte riconoscibili. È indubbio che la minaccia jihadista favorisce questa deriva securitaria e oltretutto fa dell’islamismo la sintesi di tutte le nostre paure. E la bandiera di chi vuole farci paura.
In questo senso, dire che tutte le moschee sono luoghi d’incubazione dell’ideologia e della pratica jihadiste sarebbe un errore. Ma affermare che il terrorismo non passi in nessun modo attraverso le moschee sarebbe un errore altrettanto grave. Occorre tenersi lontani dal colpevolismo come dal negazionismo. L’uno e l’altro hanno l’effetto di alzare un polverone che rende difficile individuare le singole responsabilità. Anche perché entrambi guardano il fenomeno attraverso una lente ideologica che orienta la visione e, di conseguenza, la ricerca delle soluzioni praticabili. Ha ragione Loretta Napoleoni a dire "meglio integrati che segregati". Proprio per questo però è necessario perfezionare strumenti per distinguere segregazione da autosegregazione. Marginalizzazione delle comunità islamiche da autoreclusione in ghetti identitari.  Ecco perché la soluzione non può essere certo la chiusura delle moschee, che produrrebbe una reductio ad Islam di tutti i migranti, credenti e non credenti, osservanti o tiepidi, facendo della religione la sola materia prima dell’identità sociale e individuale. Che invece è un edificio complesso, fatto di tanti mattoni di peso, natura e durezza diversi. Intanto non esiste una cultura islamica intesa come totalità, compatta e monolitica, sempre e ovunque eguale a se stessa. Esistono invece i singoli popoli e Paesi con la loro particolare composizione storica e sociale. E ciascuno ha il suo Islam. Non automaticamente coincidente con l’ideologia jihadista che in Europa diventa fa spesso da collettore di un dissenso giovanile di seconde generazioni che forse in altri momenti avrebbe trovato altri simboli unificanti. Non necessariamente religiosi.
Detto questo, è altrettanto necessario difendere le regole che le democrazie occidentali si sono date. E che non sono trattabili, in nome di nessun relativismo culturale.  In uno stesso Paese non possono vigere più sistemi di norme. La legge è una e una sola. Su questi, ed altri punti, non sono possibili concessioni in nome del rispetto di differenze che appaiono inconciliabili con quanto l’Occidente ha di più sacro: la certezza dei diritti e la separazione tra la sfera religiosa e quella politica, tra l’interiorità che appartiene inviolabilmente a ciascun individuo e le condotte sociali che sono determinate dall’ordinamento giuridico. E queste regole non possono arrestarsi alle porte delle moschee. La cui apertura, come quella dei centri di predicazione, deve essere sottoposta a condizioni etiche e linguistiche rigorose. Per esempio imponendo di predicare nella lingua del Paese o del Cantone accogliente. Da norme di questo genere la maggioranza dei musulmani di buona volontà non ha nulla da temere. E sarebbe un modo per distinguersi da chi invece contrabbanda il terrore dietro la maschera della religione.
15.10.2017


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