Dibattito sulla petizione che chiede di escludere i salafiti
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Il bando degli islamisti
tra ipocrisia e minacce
STEFANO PIANCA


Il terrorismo non è che una forma di disperato esibizionismo". Disperato e caotico, aggiunge il professor Luigi Bonanate, portando nuovi argomenti critici in questa terza puntata del dibattito dedicato alla proposta, controversa, di bandire dalla Svizzera i gruppi dell’Islam più radicale. Per il politologo, come pure per lo storico delle migrazioni Toni Ricciardi, una proposta problematica.
E se chi semina terrore esibisce se stesso fino ad immolarsi, trascinando con sé le proprie vittime innocenti, la strategia per fermare questa rappresentazione dell’odio dovrebbe essere concreta. Più che bandire l’altro, attraverso azioni che trasudano pure una buona dose di narcisismo, forse, come scrive Ricciardi occorrerebbe bandire l’ipocrisia: "Non si possono fare affari con chi finanzia questi movimenti e contemporaneamente chiederne l’allontanamento". Touché. Per lo storico più che la proposta di iniziative estemporanee, ciò che serve è "il ritorno del ruolo geopolitico dell’Europa nello spazio mediterraneo". Purtroppo l’attualità non induce ad essere ottimisti, tanto che Ricciardi nel suo contributo cita il caso estremo della Polonia. Dove il rosario è stata la risposta del cattolicissimo Paese contro una più che altro ipotetica invasione musulmana (teorica dal momento che questa nazione non accoglie profughi o migranti da regioni devastate dalla guerra, come la Siria). Eppure la risposta polacca è stata una giornata di preghiera contro l’islamizzazione dell’Europa, un muro umano di persone che snaturavano l’Ave Maria.
In Svizzera la risposta è stata invece una petizione, firmata da 1492 persone, che chiede la chiusura dei centri legati al culto salafita e il bando degli stessi gruppi. Un’iniziativa rischiosa, rileva ancora lo storico, perché "il visibile si trasformerebbe in clandestino con l’oggettiva difficoltà di comprendere chi commette e chi fomenta".
E allora qual è il rimedio più efficace? Per quanto sia enormemente difficile trovare e attivare le migliori e più valide strategie di lotta al terrorismo, secondo il professor Bonanate, il miglior rimedio è la separazione delle tre dimensioni della realtà che sono di per sé distinte e debbono tornare ad esserlo. Lo studioso si riferisce a politica, terrorismo e religione. "È necessario che - sottolinea - per intanto facciamo in modo di spezzare l’intreccio perverso tra questi tre poli, a cominciare da quello tra politica e religione". Il discernimento è complesso perché l’intreccio stesso ha reso oggi spesso indistinguibile la matassa. Nella sua lettura Bonanate evidenzia innanzitutto il lato debole, intrinsecamente debole del terrore, che "non è il termine più forte dei tre, neppure il più devastante". È invece il più "imponderabile" nella sua innata capacità di colpire ovunque e in ogni momento. Ma la sua natura "esibizionistica", e senza prospettive, ne accentua la posizione di debolezza e sudditanza verso la politica. La quale ha un compito: "Liberare la religione dalla subordinazione, e riportarla nel suo ambito naturale, che è spirituale e oggettivamente pacifico". Perché, rammenta il politologo, la religione è realtà privata e personale.  

s.pi.
(3 - continua)


La libertà di culto principio ineludibile
Toni Ricciardi, storico

Nel dialogo più famoso de Il terzo uomo (1949), Orson Welles poggiò la sua provocazione su un falso storico: "Sai che diceva quel tale? In Italia, per trent’anni sotto i Borgia, ci furono guerre, terrore, omicidi, carneficine, ma vennero fuori Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera non ci fu che amore fraterno, ma in Cinquecento anni di quieto vivere e di pace cosa n’è venuto fuori? L’orologio a cucù".
Tralasciando la provocazione, Welles dimenticò probabilmente che la Svizzera, insieme ad altri Paesi, proprio nel XVI secolo fu il crocevia delle guerre di religione. Calvino, Zwingli, le battaglie della Svizzera interna e, successivamente, la stessa formazione della Confederazione nelle sue coordinate moderne si basarono sul superamento dei conflitti religiosi.
Nonostante il sangue versato e le atrocità del XX secolo, oggi in Svizzera, come tutte le democrazie del mondo, la libertà di culto è un principio ineludibile. Ciò nonostante, dopo l’11 settembre è fortemente cresciuta la paura dell’islamizzazione, tanto da spingere, ad esempio, la cattolica Polonia nelle scorse settimane a fare una giornata di preghiera contro l’islamizzazione dell’Europa, nonostante non accolga profughi o migranti dalle regioni interessate. È indubbio come, ormai quotidianamente, assistiamo a fanatici che compiono atti di violenza e morte nelle principali città europee, tuttavia, immaginare di espellere per legge esponenti di determinate "fazioni religiose" sembra un paradosso in termini. Intanto perché, nel momento in cui dovesse passare un’iniziativa del genere, il visibile si trasformerebbe in clandestino con l’oggettiva difficoltà di comprendere chi commette e chi fomenta. Inoltre, al di là dei limiti oggettivi e giuridici di tale impostazione, l’elemento sul quale bisognerebbe riflettere è la presunta e forzata divisione tra moderati e radicali. E come se iniziassimo a differenziare - differenze che pur esistono - cattolici o protestanti moderati e radicali. Immaginiamo cosa si scatenerebbe in Europa o negli Stati Uniti.
Ma poniamoci una domanda, chi sono i "Fratelli musulmani"? Nati alla fine degli anni Venti del secolo scorso, sulle rive del canale di Suez, combatterono contro l’occidentalizzazione dell’Egitto e dell’intera area mediorientale. Storicamente, sono sempre stati contrastati dal governo, da Nasser come da Mubarak, per poi riconquistare spazio e legittimità soprattutto con le primavere arabe. Per quanto tempo l’occidente ha guardato con speranza e ammirazione a quanto accadeva nella sponda sud del Mediterraneo senza interrogarsi sul come questi processi erano nati? Per sintetizzare, più che la proposta di iniziative estemporanee, ciò che serve è il ritorno del ruolo geopolitico dell’Europa nello spazio mediterraneo e l’abbandono di qualche ipocrisia di fondo. Non si possono fare affari con chi finanzia questi movimenti e contemporaneamente chiederne l’allontanamento. Come non si può immaginare di chiudere internet, vero spazio della radicalizzazione. Per problemi complessi servono soluzioni complesse, altrimenti alla radicalizzazione si risponde con altrettante radicalità, con l’unico risultato di buttare ulteriore benzina su un fuoco che cova inesorabilmente. Il dialogo, costoso e faticoso che sia, è l’unica soluzione possibile.


Confronto e politica sconfiggono il terrore
Luigi Bonanate, politologo

Il dibattito intorno alla petizione per mettere al bando certi movimenti musulmani ricollega tra loro tre dimensioni della realtà che, in quanto tali, sono distinte e che devono ritornare a esserlo. Si tratta di politica, terrorismo e religione. Curiosamente, soltanto il terrorismo può sfruttare sia la politica sia la religione, mentre queste due dispongono delle risorse che potrebbero sconfiggere il terrorismo, che è non il termine più forte dei tre, neppure il più devastante, ma il più imponderabile e strutturalmente caotico, e proprio per questo dotato di una straordinaria capacità di diffondersi e di colpire tutti noi.
L’occasione è buona per fare il punto. La politica può vivere e lo ha fatto lungo i secoli anche senza particolare violenza materiale (possono esserci state costrizioni e violenze strutturali, ma non ricorso ad azioni brutali); la religione a sua volta - meglio: qualsiasi religione, e in ogni caso le tre religioni del Libro, cristianesimo, islamismo, ebraismo - vedono nella violenza politica soltanto una risorsa estrema e massimamente da evitare. Il terrorismo, invece, obbedisce a una logica totalmente differente, che tuttavia ha a sua volta un rapporto limitato con la violenza, perché il sogno dei movimenti terroristici è la diffusione della loro ideologica e non direttamente la morte altrui. Il fanatismo terroristico uccide perché non sa che cosa altrimenti fare per conquistare il mondo, ed è in una posizione di debolezza oggettiva nei confronti dell’Occidente, più fortunato e compiaciuto.
Ora, per quanto sia enormemente difficile trovare e attivare le migliori e più efficaci strategie di lotta al terrorismo, è necessario che per intanto facciamo in modo di spezzare l’intreccio perverso tra questi tre poli, a cominciare da quello tra politica e religione. Dovremmo infatti riportare all’onor del mondo la considerazione secondo la quale politica e religione appartengono a realtà morali e all’applicazione di principi che sono nettamente distinti e separati, tra di loro paralleli ma mai incompatibili. È soltanto quando vengono fatte scontrare che scocca una scintilla pericolosissima. La politica è una realtà pubblico-sociale; la religione è privata e personale. Potremo sempre discuter di politica con chiunque e sperare di fargli cambiare idea; la stessa cosa non si può fare in termini religiosi: credi o non credi, hai la fede o no; vorresti che tutti la vivessero come te, ma non li ucciderai mai.
Il terrorismo è tutt’altra cosa e, consapevole della forza persuasiva della religione, la scatena estremisticamente contro mondi politici con i quali è incompatibile. Allora, ben vengano investigazioni, repressione e lotta contro il terrorismo in atto, ma decidiamoci a rimettere le cose in ordine: la politica dovrebbe liberare la religione dalla subordinazione, e riportare quest’ultima nel suo ambito naturale, che è spirituale e oggettivamente pacifico. Anche se sono secoli che l’intreccio tra politica terrore e religione si stringe sempre più indissolubilmente, è soltanto a questo livello che il terrorismo può essere sconfitto: senza dimenticare che il terrorismo, in se stesso, non è che una forma di disperato esibizionismo, e non un principio di lotta politica: nulla meglio della parabola dell’Isis ce lo dimostra. La religione non ha bisogno di terrorismo e la politica lo può sconfiggere.
22.10.2017


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