Il dibattito dopo la richiesta di chiudere i centri islamici
Dobbiamo rafforzare
la nostra vera identità
GIUSEPPE ZOIS


Quando il dubbio si fa palpabile e si diffonde, che fare per difendersi? In alcuni periodi della storia la diffidenza verso gli altri può diventare intolleranza. Abbiamo talvolta la pretesa di contabilizzare tutto, di controllare e gestire all’inverosimile, fino ad eliminare il rischio zero. Dimentichiamo di vivere in una società sempre più multietnica, con esodi di massa. Per colpa delle guerre, della miseria, della ricerca di una vita più dignitosa e più libera, da sottrarre all’inferno della fame e di troppe perduranti schiavitù in molte parti del pianeta. Dall’Estremo Oriente alle Americhe, passando per l’Africa, icona di molti drammi della modernità. La comunicazione globale, in tempo reale, è forse l’arma più dirompente.
Il pessimismo mondiale oggi si lega alla caduta del rispetto della vita, con le schegge impazzite del fondamentalismo, che colpiscono ovunque, in modo organizzato o con lupi sciolti arrabbiati che seminano morte al sinistro sibilo di "Allah akbar". Ora poi si aggiunge l’incubo dei "reduci" dai più sanguinosi teatri di guerra sotto la bandiera nera del Califfato. E torna ad aleggiare l’apocalittica predizione dell’algerino Boumedienne: "Conquisteremo l’Europa con il ventre delle nostre donne". La lontana minaccia di ieri, adesso ci riguarda, ci lambisce da vicino.
Normale che con un tale fosco orizzonte, la paura agitata faccia novanta, con tutte le conseguenze, anche inimmaginabili, per il vivere, per l’avvenire, per la convivenza. Sembriamo condannati al "forse", all’incertezza che si moltiplica ad ogni notizia di nuovo attentato. Il pericolo numero uno sono certe frange di un islamismo estremo che pare incontrollabile nonostante la tecnologia e tutte le "intelligence" nazionali.
L’imperativo è alzare al massimo la soglia delle difese da un pericolo invisibile e latente. Si sa che la paura è una pessima consigliera quando è agitata all’eccesso: diffonde il panico, alimenta psicosi. L’islam fa paura e allora? Presidiamo le frontiere, chiudiamole, alziamo muri, mettiamo paletti al Corano, dimenticando che forse sarebbe più saggio rafforzare le ragioni della nostra identità e della nostra appartenenza.
Quanti sono saldi e attrezzati nel presidio della propria storia e del proprio credere? Anche il calo demografico è un segno della volontà di chiuderci in noi stessi. Si temono gli altri e non ci si preoccupa minimamente del declino interiore del nostro Occidente (l’Ue addirittura ha paura di inserire il riferimento cristiano nei suoi valori fondanti...). Dobbiamo prima di tutto essere consapevoli e forti dei nostri valori. Abbiamo come avamposti collaudati la democrazia, le istituzioni, le leggi, chi le applica e chi le difende. Lo Stato ha il compito di vigilare, tutelare, controllare.
Non si può rinunciare a vivere per paura del dolore, delle sofferenze, della precarietà, del futuro: si impone piuttosto il coraggio per ciascuno di risvegliare ogni giorno l’aurora.
Ricordo una frase molto efficace da un’intervista con il filosofo Manlio Sgalambro: "Solo occhi esercitati possono vedere nel chiarore abbagliante del mondo intelligibile". È il caso di dire che abbiamo occhi esercitati, e non solo quelli, per una convivenza sicura, nel rispetto di tutti. E possediamo anticorpi contro ogni pericolo. Prima condizione: esserne convinti.
29.10.2017


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