Il dibattito promosso dal Caffè dopo la petizione sui divieti
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Quell'Islam religioso
da capire e riformare
STEFANO PIANCA


Non ha paura di dichiararsi "islamofobo". Ma il suo, precisa, non è un atteggiamento razzista. No, lui, Giorgio Ghiringhelli, il promotore dell’iniziativa che ha proibito il burqa in Ticino, nei riguardi della religione di Maometto nutre... per usare le sue stesse parole... "una sana e giustificata diffidenza". O meglio paura, dal greco phobos, verso quella che ritiene essere, "più che una religione, un’ideologia totalitaria e violenta".
Arrivato alla quinta puntata, il dibattito incentrato sulla petizione che chiede di vietare i movimenti islamisti nella Confederazione e di chiudere i loro centri, dà ora voce a chi sostiene questa proposta. Dopo aver ospitato nelle ultime quattro edizioni le opinioni degli scettici, se non contrari a questa idea, un fronte abbastanza omogeneo di esperti di terrorismo, sociologi, antropologi, politologi e storici, il Caffè ha chiesto allo stesso Ghiringhelli, che la petizione ha sostenuto, di raccontare come ha maturato le proprie convinzioni di assoluta, inscalfibile diffidenza verso l’Islam.
Convinzioni, gli va riconosciuto, che non risalgono a ieri. No, l’islamofobia ormai da tempo alberga nei pensieri del losonese. Tanto da averlo allontanato dai temi politici più locali. "Quindici anni di intense letture" innescate, precisa lui stesso, dallo shock dell’11 settembre 2001. L’anno prima, ricorda, "ero salito in cima a una delle Torri gemelle". Da lì è iniziata la sua immersione nelle carte che ancora oggi prosegue: "Avrei bisogno di un anno sabbatico per leggere quella pila di libri che attende sulla mia scrivania", dice Ghiringhelli. Testi che, lui stesso ammette, gli servono per rafforzare le proprie convinzioni. Non per cambiare idea.  
A prima vista quella lambiccata da Ghiringhelli pare benzina. E in parte lo è. Ma tra i fumi incendiari del suo pensiero, una lettura attenta può cogliere spiragli d’apertura a quel dialogo che chi lo ha preceduto ritiene essere l’unica via percorribile. Sebbene lui stesso non nutra grande stima per il "politically correct": "I perbenisti dicono che non bisogna generalizzare e che occorre distinguere tra Islam moderato e non moderato. Ma l’Islam è uno solo, con un sol Corano e - all’insegna del suo profeta guerrafondaio - non è certo moderato".
L’apertura dell’ormai ex politico losonese parte da una distinzione e da una premessa che, però,  colpisce sotto la cintura: "Così come non tutti i tedeschi erano dei nazisti, anche i musulmani non sono tutti dei fanatici islamisti". La sponda indicata da Ghiringhelli è quella di chi non frequenta i luoghi di culto. In Svizzera, scrive, vi è un 85% di musulmani che "in moschea non ci va mai o solo in rare occasioni, che vive e veste all’occidentale, che apprezza le nostre libertà e che in genere e ben integrato. Sono loro - sostiene Ghiringhelli - i più esposti alle rappresaglie degli islamisti".
Nonostante le poche firme - 1492 - raccolte dalla petizione (anche per un boicottaggio, sostiene lui, da parte degli organi di stampa), il "Guastafeste" non demorde e rilancia. "Andrebbe inserita nella Costituzione una normativa che proibisca l’attività a quei movimenti religiosi considerati pericolosi per lo Stato" o una normativa che "non riconosca la libertà di credo a quelle religioni che, ad esempio, non consentono ai propri adepti di cambiar religione,...". Provocazioni che allontanano ancora di più, per alcuni; uno stimolo per spingere l’Islam a riformarsi, dice lui.

s.pi.
(5 - continua)
05.11.2017


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