Il duello nella lotta al terrorismo anche colpi di fake news
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Propaganda e verità
sono sempre in guerra
GUIDO OLIMPIO


Le fake news hanno molte "facce". Le lanciano i teppisti del web, i cospirativi amanti di teorie vere o presunte, formazioni estremiste. E poi ci sono i canali usati da alcuni governi per creare una sorta di contro-informazione o seminare zizzania nel campo avversario. Le denunce americane nei confronti delle "fabbriche di notizie false" russe vanno in questa direzione. Ma è evidente che anche nel duello tra autorità e gruppi eversivi c’è spazio per la guerra di propaganda, dove dati sicuri si mescolano ad altri privi di fondamento. È storia antica.
Senza voler andare troppo indietro nel tempo possiamo ricordare la produzione di video qaedisti realizzati in realtà da una società ingaggiata dal Pentagono. Dopo l’invasione dell’Iraq, nel 2003, gli americani hanno pagato una ditta per realizzare brevi clip su Cd Rom, filmati che sembravano opera dei terroristi. In realtà era il modo di mettere in cattiva luce i militanti iracheni mostrandoli impegnati in attacchi e violenze contro i civili. Metodo a doppio taglio: se da un lato danneggia il messaggio degli insorti, dall’altro aiuta a diffonderlo. Perché chi segue certi filoni è pronto a credere a tutto quello che esce sulla rete e non solo. Dunque il concetto di fake news è relativo. Lo si è visto nelle rivolte in Libia e Siria, con la diffusione di foto che accostavano ad esempio il senatore americano John McCain a presunti capi terroristi. Manipolazioni - sospinte da elementi filo-russi e filo-iraniani - che però hanno fatto molta strada.
La disinformazione è poi proseguita durante la campagna anti Stato islamico, con le indiscrezioni - a volte fasulle - su fratture, contrasti e manovre all’interno del movimento guidato dal Califfo. Nell’era di twitter e Facebook è facile far circolare una tesi o una "verità": il semplice post accompagnato da un video è in grado di aver un alto impatto. Almeno per qualche settimana o mese.
Anche i combattenti di al Baghdadi o i seguaci di al Qaeda sono ricorsi a questa cortina fumogena sfruttando abilmente i social network. Osama già negli anni ’90 predicava che una buona parte della Jihad dove essere svolta sul terreno propagandistico. E così è stato. I militanti dell’Isis hanno investito molto nel settore, con un apparato capillare per rilanciare al massimo la loro azione, ma anche per coprire aspetti operativi.  Non pochi quadri, spesso coinvolti in missioni delicate, hanno fatto credere di essere morti. Sul web sono apparsi gli annunci del loro decesso, in alcuni casi i compagni hanno informato persino le famiglie dei presunti "martiri". Trucchi per dar modo ai guerriglieri di dedicarsi ad un piano da attuare in un Paese occidentale e confondere le idee alle polizie. Usando sempre queste tecniche hanno mostrato i nemici in fuga, presunti bottini bellici catturati, corpi di vittime del loro fuoco. Per alcuni casi non c’erano dubbi sulla veridicità, ma per altri era impossibile verificare.
Un metodo che comunque ha attecchito. Prendiamo la strage di Las Vegas, compiuta dall’americano Stephen Paddock. Lo Stato islamico l’ha rivendicata senza fornire alcuna prova, ma questo ha comunque insinuato il dubbio di un coinvolgimento diretto. Esperti ed analisti hanno dedicato articoli dettagliati all’assunzione di responsabilità, dividendosi tra chi si mostrava scettico e chi affermava "che è raro che si attribuiscano cose che non fanno". La vogliamo dire tutta: per i tagliagole è stato comunque un successo, visto che si è sospettato che il killer potesse aver agito nel nome del Califfato.
12.11.2017


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