Facoltà di Teologia e Usi in un progetto sui manoscritti
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I "rotoli" di Qumran
(ri)letti da Lugano
GIUSEPPE ZOIS


Nella storia di Qumran si intrecciano vicende, curiosità e interessi di popoli e culture differenti: israeliani e giordani per la territorialità, francesi e svizzeri per il fronte della ricerca e diverse altre nazionalità accomunate dalla volontà di conoscere ciò che quei 950 rotoli di manoscritti contengono. E proprio la Svizzera italiana, sotto il coordinamento di un professore della Facoltà di Teologia di Lugano, Marcello Fidanzio, si sta ritagliando un posto e un ruolo importanti per gli studi del sito a ridosso del Mar Morto. È stato infatti questo docente a curare il primo convegno internazionale sulle grotte di Qumran (Lugano 2014), ricevendo poi l’incarico di dirigere la pubblicazione finale degli scavi nelle grotte con l’École Biblique di Gerusalemme. Studioso di rapporti tra Bibbia e archeologia, Fidanzio racconta al Caffè gli scavi di Qumran.
Fino al 1947 la nostra Bibbia - la più completa e antica che abbiamo è datata 1008-1009 - faceva riferimento a codici medievali. La svolta c’è con il ritrovamento dei 950 rotoli manoscritti, dentro grotte nel deserto di Giuda, intorno alle rovine di un antico insediamento che gli arabi chiamavano Qumran. Il significato è notevole. Spiega Fidanzio: "Si tratta di letteratura religiosa che va dalla metà del terzo secolo a.C. al 68 d.C. Tra questi, 240 rotoli riportano manoscritti biblici. Abbiamo fatto un balzo indietro di oltre mille anni e ora conosciamo un frammento basilare del periodo che gli ebrei chiamano la fine del secondo Tempio, quello cioè di Gesù e delle origini della Chiesa".
Dice Fidanzio: "Se la prima generazione di studiosi si chiedeva cosa ci fosse letteralmente scritto in quei rotoli, quella successiva opera su un piano più maturo di consapevolezza".
Per il docente e ricercatore della Facoltà luganese "a Qumran abbiamo una situazione difficile perché molta parte dei materiali archeologici è ancora inedita. Essa è sotto la responsabilità di chi ha realizzato gli scavi, vale a dire gli studiosi dell’École biblique, di cui Roland De Vaux, archeologo di Qumran negli anni Cinquanta del secolo scorso, era il direttore. Finché i materiali non verranno pubblicati, da una parte ci sarà il naturale desiderio degli studiosi di conoscerne la natura e dall’altra si speculerà sul modo con cui De Vaux ha proceduto: cosa ha visto e cosa avrebbe trascurato...".
Se in generale lo studio dei rapporti tra Bibbia e archeologia ha spesso sollevato interrogativi nel credente, a Qumran, secondo Fidanzio "abbiamo la possibilità di accostare l’ultimo tratto nel processo di formazione dei testi biblici. Questo impone un’apertura di orizzonte che ci costringe a descrivere meglio la Scrittura e la sua formazione".
La storia di Qumran si intreccia anche a doppio filo con le tappe del conflitto mediorientale. È lo stesso docente-ricercatore a ripercorrere questi 71 anni: "Alla fine del 1947 i primi rotoli furono acquistati dagli ebrei sul mercato antiquario. Ma all’indomani della guerra del 1948, Qumran era in territorio giordano, pertanto tutte le grandi scoperte e gli scavi furono gestiti dalla Giordania con la collaborazione della École biblique francese. Nel 1956 ci fu la crisi di Suez: l’ondata del nazionalismo arabo portò all’allontanamento del britannico Gerald L. Harding - che dirigeva le antichità giordane - e alla fine di una collaborazione primaria per gli scavi. Con la guerra dei Sei Giorni nel 1967 i laboratori di Gerusalemme Est - dove si trovavano i manoscritti e i materiali archeologici - finirono sotto il controllo israeliano. Diversi studiosi, membri dell’équipe per la pubblicazione dei manoscritti, per reazione non fecero più ritorno a Gerusalemme. La storia lascia i suoi segni e oggi la ricerca si gioca per forza di cose tra interlocutori diversi. Da una parte ci sono la scuola francese che porta avanti i lavori di De Vaux; poi gli israeliani che, in qualità di autorità occupante, hanno tutto l’interesse a conoscere questi testi come patrimonio del loro popolo; quindi i giordani che rivendicano l’impegno profuso dal loro Stato. E qui si inserisce la Svizzera italiana (Facoltà di Teologia con Usi), guidati da Marcello Fidanzio con l’importanza del fattore neutralità.
21.01.2018


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