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Racconto per il Caffè di un'autore di milioni di lettori
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Da sera a sera
in "casa Vitali"
ANDREA VITALI, SCRITTORE E MEDICO


Mi verrebbe da dire che la mia giornata tipo in questo periodo di particolare difficoltà inizi dalla sera prima. Ci penso un momento per evitare il tranello di un semplice giochetto narrativo e mi convinco che è proprio così. Casso il condizionale quindi. La mia giornata tipo inizia proprio la sera prima quando corro il rischio di non cogliere appieno il senso di quello che ho sempre fatto e faccio tuttora. Non sono certo il solo a confrontarmi con l’illusione delle certezze ma a sera, forse anche perché il cortisolo endogeno cala, il confronto si fa aspro, rischio di uscirne con le ossa rotte. Mi rifugio nel sonno allora, in quello stesso oblio che Arianna, una volta abbandonata sull’isola di Nasso, chiese per sé e che arrivò a contagiare anche l’equivoco Teseo, facendogli dimenticare di issare le vele bianche della vittoria.
Così che il padre Egeo, alla vista di quelle nere con le quali il figlio era partito, temendo di averlo perduto si suicidò. Dò la buonanotte al resto della famiglia che fa quello che può, mia moglie distraendosi con qualche film, mio figlio collegandosi con gli amici. La dò anche al mio libro più recente che interpreta meglio di tutti la calma, la pazienza. Sembra che gli importi poco di essere ancora in casa quando invece avrebbe dovuto già essere in libreria. O forse sono io che proietto su di lui questi pensieri. Vorrei che mi desse la stessa gioia di quelli che l’hanno preceduto ma non ci riesce. Amen, mi dico, dormici sopra, domani si vedrà. Il buio che precede l’alba risuona di canti di uccelli, non potrebbe essere altrimenti vista la stagione dei nidi che accoglieranno i nuovi nati. "Eppure chiedilo agli uccelli del cielo…": me ne sto alla finestra del bagno ad ascoltarli un po’, ma ciò che accade nel mondo sopra il quale volano non li riguarda.
Il silenzio dell’ora non pesa sulla gioia biologica che li anima. La luce che lentamente avanza però li quieta. È come se mi passassero un testimone. Adesso tocca a te. Inizia la mia giornata. Pardon, continua, stando a quanto ho scritto poco sopra. Mi avvio col passo cauto di chi non vuole disturbare chi ancora riposa. Ingannandomi scientemente compio gesti che sono solo trucchi per dilazionare qualcosa. Aspettare che il caffè bolla. Dare un’occhiata al televideo (e sorriderà chi lo ritiene un mezzo cui solo pochi naufragati nel mare della tecnologia ricorrono per informarsi). Dare un’occhiata al tempo. Poi basta, perché rimandare ancora sarebbe vigliacco. Anche il desiderio dell’oblio serale dev’essere guadagnato. E la tranquilla operosità domestica di mia moglie mi aiuta a riprendere in mano gli strumenti del quotidiano, la matita e il blocco sul quale scrivo. Parole contro stoviglie che dalla lavapiatti devono tornare al loro posto.
La semplicità di quei gesti richiama a una normalità che invece fuori dalla porta di casa non c’è più. Ed è da loro che nascono le parole. Mi metto a scrivere aderendo a una regola che io e un amico ritrovato ci siamo dati affinché ogni giorno abbia un suo senso, anche se piccolo. Fotografo di professione, e giramondo, lui, costretto alla cattività domestica dalle frontiere chiuse, da gare ed eventi rinviati quando non cancellati. E visto che ci siamo ritrovati tra le mani ancora intatta l’amicizia che ci legò durante gli anni delle scuole superiori, abbiamo unito le forze, e realizziamo un giorno dopo l’altro brevi filmati che navigano poi nel web (si dice così o no ?). Concentrare in mille battute o poco più qualcosa che abbia un senso compiuto a volte si prende tutta la mattina. L’impegno è quello di fornire due minuti e mezzo di leggerezza. Per rientrare in sintonia con quello che succede non devo fare altro che chiedere a mio figlio come va.
E più che chiedere, guardarlo, cogliere sul suo viso i segni della consapevolezza dopo i primi giorni delle chiusure quando anche a lui come a chissà quanti altri pareva impossibile che accadesse una cosa del genere. O anche attendere il rientro di mia moglie dalla spesa quotidiana, un frettoloso esercizio con guanti e mascherina, che veicola in casa notizie di nuovi malati, e a volte di qualcuno che se n’è andato. Io li conosco, tutti li conosciamo. Vedo lo spazio fisico che hanno occupato fino a poco prima, è un vuoto ancora caldo che lentamente diventerà una bolla ripiena di ciò che hanno fatto e detto. Sono pensieri che si accasciano su sé stessi quando l’energia delle ore mattutine si riduce. È il momento più debole della mia giornata e il calo degli zuccheri c’entra ben poco. È l’ora in cui l’indomani frettoloso mi apre sotto gli occhi il suo quaderno per chiedermi cosa ci scriverò. Prima arriviamoci, penso, e poi ne parleremo. Prendo una via di fuga allora, ben conosciuta, antidoto efficace alla persecuzione della fragilità.
Leggo per alimentare la fiducia nella parola scritta. Ogni tanto mi alzo dal divano, faccio due passi nel giardino di casa, guardo dalla finestra verso un lago che da giorni nessuno può navigare. Oppure indago il silenzio delle montagne, quella che mi sta di fronte e quella che ho alle spalle, come se in quei boschi senza padroni il nuovo ordine delle cose fosse noto già da tempo. Magari, fossimo stati in grado di intendere la lingua della terra, degli alberi, delle rocce, forse non saremmo a questo punto. Sono fantasie benefiche che mi quietano più della lettura e della scrittura. Faccio immaginarie passeggiate su sentieri che fino a poco tempo fa erano a portata di mano e anche qualche nuotata, benché dall’anno della maturità non ho mai più fatto un bagno nel lago. Non è una fuga dalla realtà, piuttosto una presa di coscienza pacata di un’eternità di cui non faccio parte.
Elenco le cose che ho dato per scontate, le acque, i cieli, i boschi, ma anche il rumore delle stoviglie rimosse dalla lavapiatti e il profumo del caffè mattutino che adesso, senza vanità alcuna, risalgono nella classifica dei valori dimenticati. Certo, dette così queste cose forse mi fanno correre il rischio di passare per uno che stia facendo testamento. Tutt’altro. Mi sento piuttosto come uno che stia mettendo da parte un capitale morale da spendere più avanti, quando tutto ciò che sta capitando non apparterrà mai al passato. Una volta stretti questi patti col mondo che mi ospita, rinnovati e amplificati un giorno dopo l’altro, mi pare di essere più degno di tornare alle mie piccole occupazioni e, anche, di poter sedere a tavola per la cena quando nutrirmi non mi sembra più essere un atto impuro. È il momento degli aggiornamenti sullo stato delle cose, delle notizie che mi arrivano alle spalle poiché da sempre mi sono rifiutato di avere il televisore sotto gli occhi. Ora che sto arrivando alla fine di questo diario minimo mi accorgo di aver dimenticato alcune cose, soprattutto le telefonate che di tanto in tanto giungono.
Sparite quelle dei call center con le loro voci incerte, sono perlopiù chiamate di amici o pazienti del tempo in cui facevo anche il medico che chiedono consigli o anche una visita domiciliare. Infrango così, di tanto in tanto, la clausura domestica, riprendendo gesti mai dimenticati, parole pari a farmaci. L’ansia ben nota, anche, di nutrire un dubbio che scioglierò con successive visite. Mi rendo pienamente conto che il mio diario oltre che minimo è forse più ancora scontato, chiunque, con minime variazioni, potrebbe compilarne uno analogo.
Giungo alla fine della giornata con un bilancio in pari tra ciò che ho fatto e ciò che sto imparando e se a un certo punto desidero l’oblio del sonno non è solo per, come si dice, staccare la spina ma è anche per dare spazio al sogno, permettere a quella parte di noi che continua a vivere di vivere senza bisogno di ossa e muscoli, mettendo ordine nelle cose della psiche esattamente come una brava casalinga fa con gli armadi durante il cambio di stagione. Poi l’alba di un nuovo giorno che è cominciato già la sera prima arriva con il canto degli uccelli che sembrano estranei a questo mondo insolitamente silenzioso. Eppure…
"Eppure chiedilo agli uccelli del cielo ed essi ti daranno risposta".
05.04.2020


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