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Il futuro dei mestieri
non è intimidatorio
GIUSEPPE ZOIS


Caro Diario, &softReturn;la tecnologia ha accelerato i tempi del cambiamento. Ogni giorno un balzo in avanti rispetto all’incedere passo dopo passo cui eravamo abituati. La civiltà contadina aveva i suoi ritmi cadenzati, lasciava respirare le stagioni. Ora il progresso ha fatto affrettare a tutti, volenti o nolenti, il cammino. Spesso si ha la sensazione di non farcela a reggere, catapultati in un vortice di impegni, causa di stress e frustrazioni crescenti. Sappiano che cosa ci stiamo lasciando alle spalle, di corsa dobbiamo muoverci nel presente, talvolta vagolando come quando c’è la nebbia. Vero è che la velocizzazione degli eventi, prodotta in larga misura dal sistema comunicativo, soprattutto dalla compulsione del web, ha indebolito o frantumato quelle che apparivano come consolidate certezze.
IL VIVERE nella spinta dei cambiamenti mette chiunque alle prese con interrogativi sulla qualità del vivere di domani, la sicurezza in costante confronto con la precarietà, gli interrogativi che si moltiplicano. Siamo contesi tra speranze e paure, desideri e incertezze. Più che mettere mano noi stessi ai cambiamenti, spesso li subiamo, dobbiamo reggerli, con nuove fatiche. Più acceleriamo, più si estende la propensione a giudicare pericoloso l’inedito che avanza e ci riguarda. Fino a qualche decennio fa, un posto in ferrovia o alle Ptt era una sorta di garanzia per l’esistenza: molti, anche in altre aree professionali, cominciavano un lavoro che era per tutta la vita. Le certezze di ieri si sono sfarinate e quelle nuove impongono un aggiornamento continuo, il che ha pure i suoi vantaggi: ci tiene sollecitati i neuroni.
NON BISOGNA mettersi in relazione con il futuro come fosse una malattia contro la quale premunirsi ad ogni costo, anche se non si sa bene con quali vaccini. Un intellettuale longevo e lucido come Sergio Zavoli, che proprio in questi giorni esce con un nuovo libro - "La strategia dell’ombra" - saggiamente esorta a guardarci dall’uso pessimistico, se non anche intimidatorio, del concetto di novità. Invece che inquietarci con ansie, dovremmo domandarci quale senso dovrà prendere quel "di più" che ci aspetta per essere pronti a fare la nostra parte.
ABBIAMO VISTO che rivoluzione ha portato il computer, ora c’è la diffusione dei robot, con la minaccia che rappresentano per l’occupazione. Quanti mestieri sono finiti? Sappiamo, lo ha ricordato ancora questa settimana il direttore del Dfe Christian Vitta, che il 40% delle professioni sono destinate a scomparire: ne nasceranno altre, sicuramente. Sfida da assumere più che drammi da temere. Guardarsi intorno deve aiutarci nelle contromisure. Il problema, semmai, sarà quello di scongiurare il pericolo della disumanizzazione del lavoro: l’uomo non può diventare un robot. Il consumismo pare inarrestabile e sappiamo bene che ha come culto la celebrazione del superfluo. Fondamentale è che non diventino superflue le persone.
09.04.2017


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