Il diario
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Nel 2018  l'augurio
della comprensione
GIUSEPPE ZOIS


Caro Diario, &softReturn;dicembre è tempo di ricapitolazione. All’avvicinarsi degli ultimi fogli di taccuino, fuori dalla frenesia del Natale incombente con gli imperativi di regali-pranzi-cene-vacanze,  ci si guarda indietro e si tenta un bilancio. "Com’è andata?". Tra tutte le domande - tante! - di uno che fa l’intervistatore di mestiere, questa è la più esigente. Farsi un selfie è un gioco, la dimostrazione che fotografare è più facile che parlare e d’altronde viviamo di immagine e narcisismo. L’autoradiografia è qualcosa di complicato, anche un po’ imbarazzante.
NELL’INTERCALARE della gente, si sente spesso la frase "a dire il vero...", come se quanto detto prima fosse da considerare una successione di parole in libertà. Tutto però inizia dalla ricerca di un po’ di verità con noi stessi. Quanto abbiamo amato e amiamo la vita? Che importanza attribuiamo all’orologio? In quale rapporto ci teniamo con gli altri? Non stiamo consegnandoci deliberatamente a spazi di solitudine coatta? Gli psicanalisti chiamano questo stato d’animo "angoscia nevrotica". Segno dei tempi.
MOLTI CONSIGLIANO la terapia del silenzio e forse non si può dar loro torto nel diluvio di parole che ci sommergono. Quando ne fossimo risparmiati, siamo così dipendenti dalla "dose" (come la "roba") di parole, che andiamo smaniosi a tuffarci dentro i canali mai in secca dei social. Ormai nessuno viaggia più senza la protesi addosso di uno smartphone e relativa filiera di derivati. Lì facciamo docce di parole a scelta, in ogni momento, raramente però c’è dialogo. Chi viaggia sui mezzi pubblici oggi fa esperienza del solipsismo. Neanche più un saluto, tutti con auricolari, occhi puntati sul cellulare, dita che ballano rock. Siamo nell’era dei nativi digitali.
QUALCHE diagnosi sensata dovrebbe suggerire salutari silenzi, anche perché la parola migliore è quella non pronunciata. Sì, ma poi, quel "poi", ci interpella con dubbi e mille martellanti "chissà". Intanto, fellinianamente, la nave va: tra mille insicurezze, in un mare ignoto anche se il villaggio si è fatto globale.
SINTOMATICHE, in tal senso, le risposte date a un docente di religione da un gruppo di ragazzi di un paese del Vedeggio. Invitati a scegliere un dono tra sapienza, intelletto, fortezza, scienza... a maggioranza è stata indicata, del tutto inattesa, la "fortezza", che è spia di un disagio, dichiarazione di fragilità. Forse saremo costretti a imparare la convivenza con questa nuova e diffusa condizione, visto che con i muscoli - è dimostrato - si risolve poco. Più gradevoli e avvolgenti compagnie possono rivelarsi l’amicizia, la stessa letteratura... O, meglio ancora, la rieducazione a una medicina mai superata da niente e da nessuno, di nome "comprensione".
17.12.2017


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