Il diario
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Ma per una volta
celebriamo la normalità
GIUSEPPE ZOIS


Caro Diario,&softReturn;le prime righe di questa settimana sono firmate da una lettrice che ci scrive parole di buonsenso e di richiamo alla quotidianità sperimentata dalla gente comune, cioè dalla stragrande maggioranza di persone. Lo fa, questa signora, dopo che sulle rive del Ceresio è sfilato il Pride, l’Orgoglio di gay, lesbiche ecc. con tutto quello che s’è portato dietro, sventolio di bandiere arcobalenate e gran clamore mediatico.
"PERCHÉ non scrivete una buona volta, cari giornalisti, anche della normalità, che non scende in piazza e non fa manifestazioni? Perché non mettete in evidenza l’impegno umile, nascosto, costante di donne e uomini che nel silenzio, e senza riflettori accesi né amplificatori mandano avanti la società?". Il concetto del messaggio è chiaro. La lettrice ha ragione. La cronaca continua a occuparsi di "certi" eventi e non dedica la dovuta attenzione a chi lavora, suda, si sacrifica, si spende nella linearità, giorno dopo giorno. Pare non esserci posto (o ce n’è poco) per la moltitudine di chi svolge al meglio il compito che la vita gli assegna. Il fatto è che ci stiamo abituando, con quel che vediamo e leggiamo, alle ridondanze e superfluità, alla dismisura e all’eccesso. E c’è il rischio di sentirsi come estranei rispetto agli avvenimenti di cui siamo testimoni.
COGLIE NEL SEGNO la lettrice: c’è bisogno di tornare alla ferialità della Sciura Pina e del Sciur Piero, alle consuetudini del popolo semplice, che affronta e risolve gli stessi problemi di ordinario bilancio individuale e familiare. I cronisti, e lo scrivo dalla cattedra dei miei errori, dovrebbero immergersi di più nel sentire della comunità, raccogliendone gioie e sofferenze, attingendo dal repertorio sempre rifornito di attese, crucci, speranze, emozioni, scoramenti, impennate di orgoglio vero per obiettivi conseguiti. Insomma, essere memoria, specchio del presente, sguardo proiettato nel futuro, il filo di un racconto che esce dai computer e si fa analisi, commento, riflessione. È così che si crea il legame tra persone e fatti da una parte e opinione pubblica dall’altra. La cronaca, diceva un vecchio cronista mio maestro, è il viaggio continuo verso un giorno nuovo e il rientro da un giorno spremuto.
FORSE sarebbe utile che i giornalisti per primi, seguiti dalle persone, tornassero a parlarsi sottovoce più che con acuti, a soffermarsi sull’esemplarità di esistenze passate a costruire serenamente, portando in spalla ciascuno il mattone della propria fatica; a ritrovare e riproporre l’importanza di parole divenute quasi desuete nel linguaggio e nei comportamenti, come compostezza, rispetto, dignità che sono (erano?) lo stile di un’educazione. Questi sarebbero i colori più indovinati del più bell’arcobaleno.
10.06.2018


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