Il diario
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Addio all'identità
in cambio di zucche
GIUSEPPE ZOIS


Caro Diario,
questi appena lasciati alle spalle sono stati i giorni trionfali di Halloween, con tutto il contorno di costumi, maschere, zucche d’ogni colore, forma, volume. Povere zucche sottratte alla tavola, sacrificate al nulla, in nome di una moda d’importazione e di chiara sudditanza. Qualcuno sostiene che anche il regno vegetale ha una sua sensibilità. Fosse vero, possiamo ben immaginare la frustrazione di queste cucurbitacee per il loro destino.
ANDANDO OLTRE la strage degli ortaggi, c’è da interrogarsi sul perché del contagioso espandersi di questo "divertimento", la cui frivolezza non coinvolge solo bambini e ragazzi, ma si estende a fasce anagrafiche superiori. Perché questa "presa" massiccia? Vuol dire che il fenomeno è venuto a colmare un vuoto o si è incuneato in una società non solo liquida ma anche debole come identità e appartenenza. In alcuni ambienti si arriva a parlare di "gravità" o "pericolosità": alcune lettere ai giornali sono sintomatiche. Ci vuole misura anche negli eccessi.
IMMEDIATAMENTE a ruota di travestimenti da scheletri ambulanti, fantasmi, teschi e simili, sul nostro calendario ci sono le ricorrenze dei Santi e dei Morti, che aprono il mese di novembre. Sono due giorni di memoria per i nostri cari che ci hanno lasciato. Le città dei vivi ricordano con preghiere e fiori su tutte le tombe i loro defunti, un modo di esprimere riconoscenza e legame che perdurano e che sono segno di civiltà. Si va a "trovare" i morti che hanno fatto le nostre case, le nostre città, sono alla fondamenta del presente. Ogni tomba è un libro.
VIVIAMO in una società e respiriamo un’aria le cui polveri molto sottili intaccano anche il nostro modo di essere e di comportarci. Vediamo bene la coltre di indifferenza che cresce nei rapporti interpersonali, la leggerezza affettiva, la tendenza a chiudersi nel proprio guscio. Le feste e le sagre che costellano i nostri giorni e i nostri 12 mesi, con la loro storia antica sono un segno di saggezza, di fedeltà, di "radici". E non mancano di occasioni d’allegria per i bambini, basta riandare a certe tradizioni dell’Epifania o del carnevale, quando a gruppi si passava di casa in casa (in qualche paese delle valli lo si fa ancora) a chiedere un "dolcetto" di simpatia. Sono il termometro di una dimensione umana, occasioni di incontro e di conoscenza.
ABBIAMO usanze consolidate di esprimere gioia, convivialità: la sera dei Santi ci si riuniva per il rosario seguito dalle caldarroste e c’era l’abitudine di metterne una scodella alla finestra, per i nostri cari che tornavano per una notte a rivedere i luoghi della loro esistenza. Perché rinunciare a questo significato di continuità e di profondità in cambio di zucche vuote?
04.11.2018


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