Il diario
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Un campione vero
per le sue doti umane
GIUSEPPE ZOIS


Caro Diario,
siamo in un tempo in cui tutto sembra scivolarci addosso, senza lasciar alcuna traccia o deposito. Ci emozioniamo un po’ e ritorniamo in fretta - generalmente - alla nostra normalità, al nostro piccolo grande orto di giornata. D’altra parte, basta considerare qual è la sorte della memoria per rilevare questa fibrillazione continua dell’attimo da inseguire. Solo presente e corsa al futuro.
CAPITA così che si resta colti da stupore davanti a momenti e scelte che ci riconciliano con il ricordo, con testimonianze che travalicano i confini della stretta quotidianità. Uno di questi "segni" è venuto dal mondo dello sport, da quel calcio che sembra solo ossessione di tattiche, visibilità, soldi, insomma la macchina dell’apparire (colpa anche di noi media). Per una volta la cronaca è andata oltre il rettangolo verde ed è entrata nel territorio del sentimento, dell’affetto, del riconoscimento di un’eredità che è la partita più importante e bella di ognuno: la vita con i suoi valori più profondi. È successo per un campione stroncato a 31 anni, al top della carriera, Davide Astori, capitano della Fiorentina. A un anno dalla sua improvvisa scomparsa è stato ricordato e onorato per ciò che ha saputo dare come uomo, molto prima che come giocatore. Ed appare strano che in un ambiente incline ad altri aspetti e richiami, ci si sia potuti fermare in un esteso atto collettivo di sottolineatura di altre qualità, doti, virtù.
SIGNIFICATIVO che a più riprese, per due settimane - dal 27 febbraio al 12 marzo, da Cagliari a Bergamo, a Firenze - si stia andando avanti a commemorare un giocatore per la sua dirittura, per la lealtà, la sicurezza, la serenità che sapeva trasmettere in campo e fuori. "DA13" era la sua sigla, iniziali di nome e cognome e numero di maglia, ma l’icona più vera era la solarità del suo carattere, la coerenza tra pensieri, parole e azioni. Non è frequente imbattersi in uno che voleva essere a posto ben oltre i 90 minuti di una partita. Fra le innumerevoli immagini di sport e di vita, non se ne trova una in cui Astori non sia sorridente. Anche questa è una lezione in un’epoca che pare aver cancellato la capacità di relativizzare, di vivere il calcio come occasione di spettacolo, di divertimento.
PER COMPRENDERE di che pasta era l’uomo c’è un gesto che ne riassume lo stile: quando nel 2015 ci fu il terremoto in Nepal, Davide volle contribuire alla costruzione di una scuola a Katmandu. Adesso a Betlemme, città non casuale, sarà realizzato un campo di calcio nel nome di Astori. È un altro messaggio forte di pace, di dialogo, in un progetto che va ben oltre lo sport e ci riverbera il senso della solidarietà concreta e della benevolenza di un uomo che - ora ci è più chiaro il perché - non potrà venire dimenticato.
10.03.2019


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