Il diario
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Se andiamo veloci
la memoria si perde
GIUSEPPE ZOIS


Caro Diario,
attratti come siamo dalla corsa nel "dopo", rischiamo di ignorare quello che viene "prima" e che sta nelle radici dell’adesso. Ce ne accorgiamo talora anche dai giornali, quelli ancora cartacei, che sono in un certo qual modo, il metro della nostra memoria. Lo si capisce dai riferimenti a situazioni e momenti del passato, dal ricordo o anche dalla dimenticanza con cui si rievocano o si dimenticano persone che nelle postazioni in cui hanno lavorato per formare a scuola o per informare con gli scritti.
UNO DI QUESTI, un pluri-protagonista nel Ticino di ieri, è il professor Giuseppe-Luigi Beeler, mancato questa settimana a 99 anni. Dopo studi all’Università di Ginevra e alla Sorbona di Parigi, aveva insegnato alla Scuola cantonale di commercio, di cui divenne direttore nel 1969. Traduttore di molti testi, impegnato per anni nella Fondazione per la cultura italiana, fu corrispondente della Gazette de Lausanne e del Courrier de Genève oltre che firma di Azione e Cooperazione. Autore di diverse pubblicazioni, tra le quali "Prontuario dello studioso" e "Profilo storico di Coscienza Svizzera", come ultima tessera di un ricco mosaico ci ha lasciato il libro "Viaggiatori dell’anima" (ed. Ritter, Lugano, 2013), una ricerca annosa e accuratissima, consultando gli annali dell’Opera diocesana pellegrinaggi. Pagine che ci aiutano (e aiuteranno) a capire molti aspetti della fede del passato e di quei viaggi, principalmente a Lourdes, a Einsiedeln, al Sasso e a Re. Il libro di Beeler non è solo un compendio di date e luoghi, persone e guide spirituali: è un termometro del Ticino che cambiava. Naturale che con questa attrezzatura interiore Beeler sia stato impegnato per decenni nell’Azione Cattolica, dov’è stato una figura di primo piano accanto a don Alfredo Leber.
UN ALTRO VUOTO  tra coloro che hanno fatto cronaca, affidandola dalle pagine del Corriere del Ticino, prima, e dalle onde della RSI, poi, al ricordo e quindi alla memoria, è Franco Bianchi. Un cancro se l’è portato via a 63 anni. Era impetuoso e aplomb nell’accostarsi agli avvenimenti, soprattutto le vicende di cronaca nera. Era il più bravo, invidiato e detestato per i buchi che ci dava. Si pavoneggiava anche un po’ con la sua firma - FBI - che corrispondeva alle iniziali del Bureau principe degli investigatori. Un suo finale classico, per un tocco di suspence, era l’immancabile "affaire à suivre". A suo modo, era una figura da letteratura di un  giornalismo che fu.
FORSE È SEMPRE più vero che l’accelerazione degli eventi, il loro moltiplicarsi, la necessità di stare al seguito finiranno inevitabilmente per ridurre via via la coscienza del già vissuto e di chi ha contribuito a realizzarlo. In pratica è tutto un divenire in continuazione. Ed è un po’ peccato.
19.05.2019


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