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Il diario
La sfida educativa
che chiede apertura
GIUSEPPE ZOIS


Caro Diario,
di riffe o di raffe la scuola viene chiamata in causa e questo è bene che avvenga: è il riconoscimento dell’importanza che ha nella vita delle nuove generazioni, della società tutta e del futuro. Sarebbe preoccupante il contrario. Siamo appena agli inizi del nuovo anno scolastico e i "temi" - giusto per restare in area - sono già molti. Fresco di settimana, e confortante, il pronunciamento del Tribunale federale che ha respinto il ricorso di una madre di Basilea decisa a far impartire un insegnamento privato a domicilio per il figlio di 8 anni. Sacrosanto che i genitori non abbiano il diritto costituzionale di educare i figli in casa, "se il Cantone di domicilio lo rifiuta" (deroga solo se l’allievo non può recarsi in classe). La paura non è buona consigliera dell’educare e la socializzazione non è un optional.
UNO SPUNTO di rilievo lo ha sollevato la deputata e giornalista Maristella Polli sotto un cruciale interrogativo: "Chi educa i genitori?". Già. La formazione di ragazzi e giovani è un prisma con numero crescente di facce nell’incalzare della modernità. Pensiamo soltanto alle nuove tecnologie, alle lingue, ai social che hanno terremotato soprattutto le modalità con cui ci rapportiamo alla cultura. In parallelo c’è l’evoluzione delle famiglie: classiche, allargate, monoparentali, di genere, quindi "situazioni e ambienti diversi" sottolinea la Polli sul CdT. Dalla scuola si pretende molto, anzi sempre di più, "alleggerendo le proprie spalle di genitori da tutti i compiti e dalla formazione di quei valori che poi caratterizzeranno la vita del proprio figlio".
EVIDENTE che si è in presenza di sfide sempre più esigenti e non sempre si è attrezzati per fronteggiarle come si dovrebbe. Agli adulti in generale, in primis la famiglia - quale che sia - incombe l’obbligo di plasmare un’identità, favorendo la conoscenza, l’apertura, il confronto, diffidando della gente in conflitto con il nuovo. Anche nel coraggio si configura il volto della comunità di domani. "La scuola non è l’unica che deve occuparsi dei nostri figli", conclude la Polli. Certo. Educare è un esercizio complicato e multidimensionale, specie in un’epoca lambita da una selva di "ismi" (conformismi, protagonismi, meccanismi...). Abbiamo overdosi di vanità, smania di apparire, pronomi in prima persona singolare.
TRA QUEL CHE C’È e ciò che si vorrebbe, la competizione dei vari soggetti educanti, in scuola e fuori, va fatta puntando decisi sulla qualità delle idee. Servono creatività, senso del limite, innervamento nella realtà, spazio all’autonomia, gusto della libertà... Tenendo, tutti insieme, uno sguardo alto.
22.09.2019


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