Le banche ticinesi lavorano solo col 5% delle aziende italiane
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C'è un Eldorado
oltre il confine
GIORGIO CARRION


Un nuovo equilibrio fra banche svizzere e imprese italiane, in particolare insubriche. Obiettivo: l'integrazione economico-finanziaria in uno spazio transfrontaliero. Se ne discute a fasi alterne, ma lo studio "La banca ticinese e l'impresa del Nord Italia. Opportunità d'integrazione transfrontaliera" di René Chopard, direttore del centro studi bancari, e del professore Gioacchino Garofoli, rappresenta un salto di qualità e offre un importante contributo operativo. Già altri economisti, come Remigio Ratti e Alberto Bramanti, si sono  domandati se non sia giunto il momento di ragionare su una strategia di collaborazione strutturata tra piazza bancaria ticinese e imprese insubriche. L'adesione alle norme Ocse sulla trasparenza bancaria, la posizione  della Finma (Autorità federale di vigilanza sui mercati finanziari) sul rispetto delle norme fiscali straniere e la sottoscrizione di nuovi accordi sullo scambio di dati sui conti bancari, provocheranno cambiamenti epocali nelle relazioni finanziarie e bancarie tra Svizzere e resto del mondo.
"Da una gestione meramente finanziaria offshore si passa a una gestione cross-border, che tiene conto sia della variabile fiscale che delle normative dei Paesi di provenienza dei clienti - spiega Gioacchino Garofoli, docente dell'Università dell'Insubria -. Attraversiamo un momento di forte discontinuità e il sistema bancario è costretto a evolvere in una nuova direzione. In questo contesto, la barriera fra la gestione del patrimonio del privato e la consulenza alla sua impresa tende a cadere".
Un nuovo paradigma, in cui bisogni finanziari ed economici si intrecciano e l'attività della banca non può limitarsi alla sfera del privato, ma è spinta ad  inglobare i bisogni dell'impresa che produce la ricchezza del suo cliente. Anche il sistema industriale del Nord Italia vive un importante momento di discontinuità, spiegano gli autori: il rapporto con le banche italiane è difficile sotto diversi aspetti. Commerciale, con la diminuzione delle vendite. E finanziario, con problemi di accesso al credito. Da qui la proposta di gettare un ponte tra la piazza finanziaria ticinese e le imprese insubriche. "L'azienda italiana bisognosa di credito necessita non solo di facilitazioni d'accesso finanziario, ma anche di servizi aggiuntivi e complementari", spiega Alberto Bramanti, docente di economia all'Università Bocconi di Milano e autore con Remigio Ratti di uno studio sulla 'governance' dell'area Insubrica. "Il credito - prosegue - va inserito in un contesto più ampio, in un pacchetto di servizi quali i crediti documentari, la gestione delle divise e dei cambi, i pagamenti internazionali, l'approvvigionamento in materie prime, prestazioni che la banca commerciale svizzera conosce bene".
Oggi solo il 5% delle imprese industriali delle province insubriche ha relazioni con gli istituti svizzeri. Molte banche ticinesi, però, conoscono questi imprenditori per i quali gestiscono asset privati. Un bacino vastissimo, composto da oltre 25.000 imprese con  254.000 addetti, concentrate per il 40% nella Provincia di Varese, 25% in quella di Como, seguono Lecco (18%), Novara (14%) e Verbano-Cusio-Ossola (4%). "L'eccezionale crisi economica del sistema delle imprese del nord Italia - conclude Garofoli -  e la necessità di trovare un nuovo modello di business da parte del sistema bancario svizzero dall'altro, sembrano un motivo sufficiente per spingere questi due sistemi a trovare una via comune".

gcarrion@caffe.ch
06.07.2014


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