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Tra chi riceve un aiuto il 44% ha un deficit di formazione
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Un terzo degli assistiti
non è più ricollocabile
STEFANO PIANCA


Il Canton Ticino è sempre più una Repubblica fondata sul lavoro. Limando un decimale dopo l’altro, la disoccupazione pare ormai prossima a quello che è un fisiologico fondale difficilmente raschiabile. A luglio il tasso è sceso al 3%, inferiore addirittura dello 0,1% alla media nazionale. Al di là della stucchevole, perché ripetuta ogni mese, diatriba sull’affidabilità dei dati - ossia se sia più rappresentativo della realtà il rilevamento della Segreteria di Stato dell’economica (Seco), ricordato sopra, o quello dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo) -, in ballo viene sovente tirato un altro aspetto. Ossia l’aumento costante, da un quinquennio ad oggi, delle persone in assistenza.
Secondo la vulgata corrente chi esaurisce il diritto all’indennità di disoccupazione viene inghiottitito nel gorgo nero degli assistiti e qui fa meno statistica perché tali numeri godono di visibilità nettamente inferiore. Contro questa teoria dei vasi comunicanti tra disoccupati ed assistiti vi sono però alcune evidenze numeriche. Innanzitutto, non è vero che la strada per questi ultimi sia sempre senza  ritorno. Al contrario circa un terzo delle 430 domande per prestazioni assistenziali sono state chiuse l’anno scorso "con l’uscita verso il mondo del lavoro",  ossia hanno ritrovato un posto (dati dell’ultimo trimestre 2015 dell’Ufficio cantonale del sostegno sociale e dell’inserimento). È una percentuale superiore rispetto al 20% di coloro che dall’assistenza sono invece passati al "beneficio" delle assicurazioni sociali Avs e Ai. È la riprova che per le persone collocabili un’alternativa esiste e c’è anche chi riesce a cogliere unanuova opportunità.Semmai il punto è un altro. Ed è il secondo argomento contro cui si infrange la tesi di quanti dipingono a tinte nere la situazione, invocando una sottovalutazione dell’impatto degli assistiti. Esiste infatti anche una consistente quota di persone - e non si è lontani dal vero stimandola in un terzo del totale dei beneficiari di questi aiuti- che non sono ricollocabili.
Le ragioni sono molteplici. L’inabilità alla professione o comunque l’incapacità di auto-sostenersi può essere ricondotta ad una malattia o un problema (che non sfocia giocoforza subito in una rendita d’invalidità) fisico o psichico; ma a volte anche alla necessità di prestare aiuto ad un familiare  e persino ad una scelta di vita, perché lavorare non è vitale come respirare. Non mancano le persone che in assistenza finiscono dopo un divorzio. Ma soprattutto pesano le lacune di queste persone a livello di formazione, e questa è la spia principale del fatto che molti assistiti rischiano di restare tali. "Esistono chiaramente categorie sociali più fragili - osserva l’economista Amalia Mirante -,i soggetti con una formazione più bassa sono più a rischio di povertà. C’è però un altro aspetto emergente in Ticino ed è quello dei salari. Perché ci sono persone che necessitano dell’assistenza pur lavorando".   
Tra gli ultimi dati di dicembre spicca che il 44% dei 4.861 titolari del diritto agli aiuti sociali non aveva una formazione professionale conclusa. Ed il dato appare sottostimato, dal momento che tra i 2.562 (pari al 53%) assistiti che invece un "pezzo di carta" in mano ce l’hanno, il 16% ha crociato sulla casella "maturità" (la quale è piuttosto una tappa di un percorso formativo e da sola difficilmente dà garanzia di un posto di lavoro). Tolti i "cronici" (al beneficio da 5 e più anni), gli assistiti da 1 e 3 anni, quindi riconducibili all’attuale contesto lavorativo, sono circa un terzo.
28.08.2016


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