Sulla spesa in Italia parlano economisti e consumatori
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'Ridurre la franchigia?
È meglio eliminarla"
MASSIMO SCHIRA


Ridurre da 300 a 50 franchi il limite di merce acquistabile all’estero senza tasse per frenare il turismo degli acquisti non solo è una forzatura inutile, ma potrebbe avere effetti controproducenti. Consumatori ed economisti sono unanimi nel bocciare la proposta del consigliere agli Stati glaronese Werner Hösli (Udc): non è questo il modo giusto per affrontare il problema della spesa all’estero da parte dei consumatori svizzeri. "Da un lato, non è una grande idea, perché chi sceglie di acquistare all’estero per questioni di prezzo, lo farebbe comunque - osserva Antoine Casabianca, presidente dell’Associazione consumatori della Svizzera italiana (Acsi) -. D’altra parte la misura potrebbe generare nuovi problemi, come un aumento di traffico transfrontaliero. Perché una soluzione per aggirare la norma è quella di fare acquisti più spesso".
Un’opinione condivisa anche dall’economista Angelo Geninazzi, che sottolinea come l’irrigidimento delle norme non sia la giusta strada. "Per evitare che gli svizzeri vadano a fare la spesa, soprattutto alimentare, all’estero, bisogna agire sui prezzi del mercato interno - spiega -. Finché in Svizzera, per uno stesso prodotto, si pagherà un prezzo più alto, la scelta di molti consumatori continuerà a rivolgersi altrove. Acquistando più prodotti ad un costo minore, il consumatore aumenta il suo salario reale, migliora la sua posizione. Il suo ragionamento, quindi, è legittimo". Ancora più profilata è la posizione di Sergio Rossi, titolare della cattedra di macroeconomia all’Università di Friborgo: "Bisognerebbe andare in direzione opposta, ossia togliere del tutto il limite imposto dalla franchigia - afferma -. Insistendo però sul concetto di acquisto responsabile, perché il comportamento di chi compra all’estero ha delle ricadute. Va poi aggiunto che la scelta del turista degli acquisti è sempre più dettata da salari giudicati inadeguati in Svizzera da chi li riceve. L’acquisto all’estero è una diretta conseguenza, perché permette di migliorare il proprio tenore di vita e, va detto, anche di trovare una scelta più variegata. Anche se il 90% di chi va all’estero lo fa soprattutto per risparmiare".
Una restrizione, insomma, difficilmente praticabile, se confrontata con abitudini ormai radicate e oggettive difficoltà d’applicazione. "Non credo che le dogane siano disposte ad aumentare sensibilmente il numero di controlli a caccia, ad esempio, di un chilo di salame - aggiunge Antoine Casabianca -. Anche perché, tutto sommato, basta caricare in auto quattro amici, ed ecco che il valore della merce acquistabile in franchigia torna ad essere di 250 franchi". La priorità, quindi, dovrebbe spostarsi verso la riduzione dei prezzi in Svizzera. "È necessario agire attraverso la liberalizzazione del mercato agricolo - afferma Geninazzi -. Lavorare sull’applicazione più ampia del principio Cassis de Dijon, ossia su un vero abbattimento delle barriere protezionistiche sui prodotti europei e poi serve più apertura all’importazione parallela. Solo così i prezzi possono scendere". Un’ultima soluzione la suggerisce Sergio Rossi. "Anche l’Iva andrebbe tolta di mezzo - conclude -, perché nuoce al ceto medio e medio basso, oltre che all’economia. Va sostituita con un altro tipo di prelievo fiscale".

mschira@caffe.ch
11.06.2017


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