Perché la politica deve sostenere la ricca offerta di eventi
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Un settore culturale
che genera 80 milioni
STEFANO PIANCA


C’è un tempo per la semina e uno per il raccolto. E il Ticino, dopo anni di polemiche sui grandi progetti culturali, sembra ora alla vigilia di una maturazione dei frutti. Ma se oggi si raccoglie è anche perché nei momenti difficili si è resistito alla tentazione della forbice. "Il settore culturale è sempre a rischio nei periodi di crisi economica. Perché gli enti pubblici spesso sono tentati dal tagliare sulla cultura. Ciò che può rivelarsi un errore se si guarda all’indotto che certi eventi generano. Basti citare i 30 milioni del Festival di Locarno", sottolinea Diego Erba, ex capodivisione della Scuola. Festival che, col centro culturale Lac di Lugano, rappresenta l’apice di quella che il ministro delle Finanze Christian Vitta ha definito "l’economia della cultura".
Calcolare l’indotto è operazione difficile, ma non impossibile. Applicando il rapporto un franco investito contro tre generati per il Festival e, in maniera più prudenziale, per il Lac, si arriva ad una cinquantina di milioni di franchi l’anno. Ci sono poi i grandi eventi musicali, come Estival o Moon&Stars, e un’infinità di altre proposte. Si giunge così a un’ottantina di milioni di franchi per l’intero sistema cultura. "L’analisi fatta nel 2004 per il Festival è ancora valida e, anzi, il valore di questi eventi può essere superiore, perché ad esempio bisogna anche valutare la parte del budget ufficiale che viene investita in Ticino", osserva il professor Rico Maggi, direttore dell’Istituto ricerche economiche dell’Usi e autore dello studio sugli indotti della kermesse cinematografica. "Si è investito molto anche nelle strutture ed è un bene - precisa ancora Maggi -. Il Lac o il Palacinema sono il classico esempio di collaborazione tra pubblico e privato. Detto che non tocca all’ente pubblico riempire le strutture di contenuti, queste realizzazioni sono da stimolo per altri investimenti. Investire sulla cultura è, e resta, molto interessante".
Del resto in Ticino c’è fermento. "Di fronte all’evoluzione del tempo libero mi sembra che ci sia stata una presa di coscienza maggiore dell’importanza della produzione culturale" afferma Gerardo Rigozzi, ex responsabile del sistema bibliotecario ticinese da pochi mesi in pensione. Anche lui cita la resistenza nei momenti critici per molti progetti poi vincenti. "Conosco bene la realtà spagnola e ricordo le difficoltà del sindaco di Bilbao che aveva tutti contro in una città che usciva da una grave crisi". Oggi invece tutti ricordano solo il richiamo che esercita l’edificio museo di Frank Gehry.
Per avere una cultura che "renda" non si può però prescindere da un aspetto. "L’offerta - sostiene Erba - genera emozioni se è di qualità. Questo aspetto è fondamentale per determinare anche una ripercussione dal punto di vista economico". L’approccio attuale economico-culturale ha smontato anche un vecchio luogo comune. "Certo - conferma Erba - la cultura dà molto ‘pane’. Basti pensare a quanti operatori lavorano nel settore". Dopodiché cultura è anche politica. Poiché, spiega Rigozzi, "la politica ha sempre più bisogno di cultura. Che è apertura mentale per essere in grado di leggere ciò che succede in senso più ampio. Purtroppo la politica nostrana tende a chiudersi, a guardare l’oggi e temere il confronto. Questo è la negazione della cultura che è riflessione, progettualità". E indotto.

s.pi
27.08.2017


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