Nuove strategie per una categoria che vale 20 miliardi all'anno
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Se la banca svizzera
fa la corte al frontaliere
MAURO SPIGNESI


Il frontaliere non si presenta più allo sportello a cambiare i soldi e portarli via per pagare fatture e spese quotidiane lasciando una parte del salario in un conto risparmio. No, oggi ha la possibilità di saldare le bollette e effettuare transazioni attraverso applicazioni sul telefonino o l’home banking sul computer. Può valutare le offerte, fare i confronti, vedere dove gli conviene far confluire il suo stipendio mensilmente. E non si parla di poco, visto che a livello nazionale i lavoratori che arrivano principalmente da Italia, Francia e Germania, fanno muovere - secondo una stima dei sindacati - attorno a venti miliardi di franchi annui soltanto di salari. Chiaro che è una "torta" appetibile per le banche, soprattutto oggi che alcuni facoltosi clienti, in particolare in Ticino, hanno ritirato il capitale (ma molti lo hanno lasciato in gestione rispettando tutte le norme) dopo scudi fiscali e voluntary disclosure.
Ma non tutti gli istituti di credito srotolano il tappeto rosso ai frontalieri per trattenerli dopo averli avuti per anni come clienti. E, soprattutto, molti hanno aumentato le spese di tenuta del conto e i costi degli altri prodotti finanziari. Ad esempio la decisione di PostFinance di aumentare da 15 a 25 franchi le commissioni per i conti privati dei clienti con residenza all’estero, all’inizio dell’anno aveva fatto scattare una serie di proteste da parte dei lavoratori stranieri. Eppure secondo un sondaggio del sito di comparazione moneyland.ch era risultato che proprio PostFinance insieme a Banca Coop e Credit Suisse erano risultate le banche "più amiche" degli stranieri soprattutto perché consentivano l’apertura dei conti attraverso una procedura semplificata. Poi sono arrivate le nuove norme, quelle dettate dalla strategia del "denaro sicuro", lo scambio di informazioni e altre regole scaturite dagli accordi bilaterali. E dentro le banche è cresciuta la burocrazia, le esigenze di compliance, cioè la verifica puntuale del rispetto di specifiche disposizioni internazionali. Questo ha fatto lievitare i costi e dunque il prezzo di conti correnti e altri servizi.
Però alcuni istituti hanno messo a punto prodotti specifici per i frontalieri e gli svizzeri che vivono all’estero. Tenendo conto, in prima battuta, dei tassi di cambio con l’euro. Ad esempio, come ha spiegato Le Temps in un suo servizio nell’inserto finanza, Banca Cler offre la possibilità di un conto ai frontalieri insieme a tutta un’altra serie di prodotti bancari. La Banca cantonale di Ginevra, inoltre, offre anche la possibilità di finanziare una ipoteca, naturalmente se la "valutazione del rischio è positiva". Tornando a PostFinance, consente sì l’apertura di un conto per stranieri, ma se il domicilio del cliente è in un Paese limitrofo. Stesso discorso per Ubs che valuta attentamente le modifiche legislative, spesso molto rapide, dei clienti transfrontalieri, ma che offre un ampio e articolato pacchetto bancario grazie alla sua strategia e alla presenza internazionale. Ubs ha un prodotto sia in franchi che in euro per i clienti che lavorano in Svizzera ma risiedono in uno dei Paesi di confine. E consente prelievi che, come ha spiegato il suo portavoce Philippe Dreyer a Le Temps, sono competitivi con gli uffici cambio. In quasi tutte le banche la tenuta dei conti varia dai 30 ai 50 franchi al mese. Ne applica 40 Credit Suisse che tuttavia non fa distinzioni fra svizzeri all’estero e lavoratori frontalieri. Per i primi, tuttavia, bisogna tenere conto delle particolari leggi dei Paesi dove sono andati a vivere e capire come vengono regolati i rapporti bancari e, soprattutto, quali sono i rapporti con la Svizzera.

m.sp.
29.10.2017


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