A margine dell'acquisto di eShopWorld in Irlanda
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La Posta svizzera
ha il suo "Alibaba"
FRANCO ZANTONELLI


Un piccolo Amazon o Alibaba che dir si voglia, perché La Posta non rimanga tagliata fuori da quel grande affare dell’e-commerce. Il suo web-shop l’ex   regia, guidata dalla top manager Susanne Ruoff, l’ha scovato in Irlanda, nella contea di Swords, a qualche chilometro a nord di Dublino.
L’azienda, di cui, oggi, La Posta detiene il 50%, come rivelato dal quotidiano economico Handelszeitung, si chiama eShopWorld. "La scelta di investire in Irlanda - dice al Caffè Sergio Rossi, professore di macroeconomia e di economia monetaria all’Università di Friburgo - sarebbe condivisibile se l’obiettivo di tale investimento fosse quello di fare  dei profitti. Grazie ai quali La Posta compenserebbe le perdite registrate, per offrire un servizio pubblico capillare e di qualità nell’insieme del territorio svizzero."
Tornando a eShopWorld, è stata creata praticamente dal nulla 7 anni fa. Come si usa dire è una startup che impiega, attualmente, 150 dipendenti. Ma il loro numero dovrebbe salire a 400, entro il 2019. La Posta è diventata azionista quando la cifra d’affari era di 10 milioni di euro. A fine 2016 era già di 210 milioni, mentre ormai si avvicina ai 300 milioni, con la prospettiva di raggiungere il miliardo, nel 2020. È vero, siamo lontani anni luce dai 98 miliardi di fatturato di Amazon, per non parlare degli oltre 450 della cinese Alibaba.
Cionostante la startup irlandese è entrata al galoppo in un segmento di mercato, quello dei retailers online, dove si combatte con il coltello tra i denti, visto che il web coprirà buona parte del futuro dell’acquisto di beni. Al riguardo va citata la recente alleanza tra il re dei supermercati statunitensi, Walmart, con Google. Due giganti che hanno fiutato le enormi prospettive di profitto dell’e-commerce.
Di "crescita portentosa", ha parlato, d’altronde, Deloitte, una delle "Big four", ovvero una delle principali agenzie di revisione del pianeta, analizzando i risultati di eShopWorld. Fatto sta che l’azienda, guidata dal ceo Tommy Kelly, l’uomo che l’ha creata nel 2010, dopo essersi specializzata nel commercio transfrontaliero, tra Europa e Stati Uniti, oggi sta guardando al mercato asiatico, in particolare a Cina e Giappone, così come a quello australiano, per servire i quali ha aperto una propria sede a Singapore. Sono 20mila i pacchi trattati, quotidianamente, da eShopWorld.
Insomma, alla luce di questi dati sembrerebbe che La Posta abbia fatto un buon affare ad acquisire il 50% del capitale della società celtica. Il problema, se mai, deriva dal fatto che, mentre in Svizzera è in atto una profonda e contestata ristrutturazione, che prevede la chiusura di 600 uffici postali entro il 2020, l’investimento in Irlanda può apparire contradditorio. E così appare al professor Sergio Rossi: "Io direi che la contraddizione è evidente. Mi sento di affermare - spiega l’economista - che l’investimento in Irlanda è fine a se stesso, visto che, come molti osservatori rilevano, La Posta continua imperterrita a tagliare i rami secchi senza il dovuto riguardo per la gente che lavora negli uffici postali o per i cittadini che hanno bisogno di questi uffici, per le proprie spedizioni e per svolgere i propri pagamenti."
L’acquisizione di una parte importante del capitale di eShopWorld pone interrogativi anche sul concetto di servizio pubblico di Susanne Ruoff, la ceo de La Posta. Un concetto che, secondo Rossi, "risponde ai principi del modello neoliberista, che consiste nel privatizzare i profitti delle attività di servizio pubblico, lasciando allo Stato le attività i cui ricavi non coprono i loro costi. È l’ideologia che vuole meno Stato e più mercato, ignorando che l’economia di mercato ha bisogno di servizi pubblici in grado di contribuire alla coesione sociale e nazionale".
Dall’entourage della signora Ruoff rispondono alle critiche con una convinzione ben precisa, quella secondo cui la redditività di eShopWorld farà bene all’insieme dei risultati de La Posta.
29.10.2017


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