La beneficienza cambia e punta sul "piccolo e sicuro"
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La filantropia in crisi
con le grosse "Ong"
FRANCO ZANTONELLI


Le Ong complici dei mercanti di uomini. Dei trafficanti che trasportano migranti, dal Nordafrica verso l’Italia, la Grecia e la Spagna. Un’accusa che ha contribuito ad erodere nell’opinione pubblica la credibilità delle organizzazioni non governative. Ad esempio quella di Medici Senza Frontiere che, in agosto, ha sospeso, temporaneamente, le proprie operazioni nel Mediterraneo. E dire che non viviamo, per niente, in un mondo pacifico. Pensiamo, ad esempio, che tra il 2014 ed il 2016 le vittime di conflitti, nel pianeta, sono aumentate del 60%. Ormai, grazie a signori della guerra come il siriano Assad, sfioriamo i 200 mila morti all’anno.
Contemporaneamente - a sentire una Ong che non si occupa di scontri armati, ma di salvaguardia dell’ambiente, altro tema che, con gli anni, è diventato sempre più scottante - a taluni benefattori è venuto il braccino corto. Il caso di Greenpeace svizzera che, quest’anno, è stata confrontata con un calo inatteso delle donazioni. Soprattutto di quelle provenienti da lasciti testamentari. Il risultato non si è fatto attendere e l’organizzazione, che acquistò fama mondiale nell’85, quando una delle sue imbarcazioni, il Rainbow Warrior, venne affondata dai servizi segreti francesi, mentre stava manifestando contro i test atomici a Mururoa, in Polinesia, si è vista costretta ad annunciare il licenziamento di 7 dei suoi 127 dipendenti, a partire dal prossimo anno.
"Una decisione dolorosa ma necessaria", ha dichiarato, non senza imbarazzo, il direttore della sede elvetica di Greenpeace, Kaspar Schuler. Altre organizzazioni non governative, operanti nel nostro Paese, soffrirebbero del medesimo problema, più precisamente della diminuzione dei lasciti testamentari. "Ho notato - ha spiegato alla Rts Philippe Tanner, presidente dell’ordine dei notai del Canton Vaud - che non è calato il volume delle donazioni, piuttosto sono cambiati i destinatari delle stesse". "Oggi - dice ancora il legale - si preferisce aiutare la piccola associazione che si conosce da vicino, piuttosto che destinare quattrini a grandi organizzazioni internazionali". Che, aggiungiamo noi, finiscono, fatalmente, per assumere un carattere più impersonale della parrocchia o del gruppo di volenterosi di cui possiamo sperimentare, quotidianamente, la buona fede. Fosse pure la banda del nostro villaggio.
Un bel problema per Greenpeace, ma non solo, per cui le donazioni dei privati costituiscono una parte non indifferente del bilancio. "Diminuiscono i legati post mortem? Ma chiedo agli amici e clienti facoltosi: perché donare post mortem invece che convivere con i benefici elargiti al prossimo da parte di una propria Fondazione?" è l’interrogativo lanciato al Caffè dall’avvocato Paolo Bernsconi. Senza arrivare alle cifre colossali di un Bill Gates o di un Warren Buffett. "Le fondazioni - puntualizza Paolo Bernasconi - hanno migliorato enormemente la loro professionalità, applicano le regole delle società commerciali più virtuose. Ciò malgrado tutti stentiamo a raccogliere donazioni anche per i progetti più professionali, sia all’interno del Paese sia a favore dei Paesi lontani".
A sentire l’avvocato luganese, insomma, più che un ripiego sul locale, anche nella beneficienza, come argomentato dal suo collega vodese, Philippe Tanner, siamo di fronte a un atteggiamento che evoca la più classica avarizia. Come dire, Paperoni non solo in quanto a ricchezza ma, anche, in quanto a poca disponibilità a cavar fuori qualche banconota dalla propria piscina piena di soldi, per darla a chi si trova in difficoltà. "Qualche amico milionario - dice ancora Paolo Bernasconi - mi versa 50 franchi, per un progetto da 50’000. E così perde, anche, l’occasione di coinvolgersi personalmente, magari con moglie e figli, in un progetto filantropico, culturale, sportivo, umanitario". Alla faccia di slogan, come quello secondo cui "fare il bene fa bene".
12.11.2017


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