In Germania si chiede maggior flessibilità d'impiego
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"Otto ore al giorno?
Una formula obsoleta"
STEFANO VASTANO


Ogni anno, prima di Natale, si celebra in Germania un rito particolare. I cosiddetti "5 Saggi", e cioè il "Sachverständigerrat" con i direttori dei 5 più rinomati Istituti di ricerca, consegna al cancelliere un rapporto sullo stato di salute dell’economia tedesca. E le diagnosi di quest’anno nel rapporto dell’istituzione guidata da Christoph Schmidt non potevano essere migliori - specie di questi tempi di crisi politica - per Angela Merkel. "L’economia tedesca - si legge nel rapporto - si trova in una forte ripresa: quest’anno il Pil in Germania crescerà del 2 per cento, e per il 2018 la crescita sarà del 2,2 per cento. Non solo le esportazioni del ‘made in Germany’, anche i consumi danno impulsi all’economia. Eppure - avvertono gli esperti - la locomotiva tedesca rischia di ‘surriscaldarsi’ ed è quindi ora che in Germania si passi, a più flessibilità tra datori di lavoro e dipendenti sull’orario di lavoro".
Apriti cielo. Un tabù quotidianamente osservato, quello delle 8 ore di lavoro, per un massimo settimanale di 48 ore e con (un minimo) di 11 ore di pausa tra una giornata e l’altra, è stato così messo in crisi dal verdetto dei "5 Saggi". Certo, nell’era digitale i tempi e modi di lavoro, anche nel Paese della Merkel, sono comunque cambiati. "L’idea che la giornata di lavoro inizi la mattina in ufficio e finisca la sera uscendo dall’azienda - ha spiegato Christoph Schmidt - è oggi obsoleta". "Oggi" significa che ogni dipendente, prima e dopo delle canoniche 8 ore, sia la mattina in autobus o la sera a casa sbriga ancora mail o telefonate di lavoro. "Le nostre imprese - continua Schmidt - dovrebbero avere la sicurezza di non infrangere leggi se un dipendente partecipa la sera a una video-conferenza o a colazione già legge mail di lavoro".
Il consiglio che i Saggi danno (al prossimo) governo della Merkel è dunque quello di rendere più flessibile, ma nel tetto delle 48 ore settimanali, non solo i ritmi giornalieri di lavoro, "ma di poter anche ridurre le pause di 11 ore tra una giornata e l’altra". La risposta, chiaramente indignata, da parte del Dgb, la potente confederazione dei sindacati, non s’è fatta attendere. Se ancora credono che nella Germania del 2017 si rispetti il ritmo delle 8 ore, "vuol dire che i Saggi - è intervenuto Rainer Hoffmann, presidente del Dgb - hanno perso il contatto con la realtà". E ciò per il semplice motivo che nelle imprese "valgono da tempo orari, contratti e tariffe, precisa il sindacalista, che offrono tutta una serie di modelli di lavoro e flessibilità". In effetti, solo nel 2016 i dipendenti tedeschi hanno accumulato - secondo i calcoli del Dgb - un monte di 1,8 miliardi di straordinari: "La metà dei quali - puntualizzano gli esperti del Dgb - non pagati". Anche l’agenzia del lavoro Sthree di Francoforte ha scattato una fotografia più che elastica della Germania del 2017: il 34% dei dipendenti già oggi distribuisce come vuole l’orario di lavoro.
Il 53% accumula straordinari. E il 71% lavora anche se malato (il 42% dichiarando che altrimenti non potrebbe sbrigare tutti i compiti). "La flessibilità di cui abbiamo bisogno - sintetizza Hoffmann - è a favore dei dipendenti, ne conteggi in modo più preciso ore di lavoro e straordinari". Nonché quelle ore che i dipendenti già oggi svolgono "online", al di fuori di uffici e tariffe ufficiali. Inoltre, a proposito di flessibilità diffuse, i sindacati premono anche nell’agevolare il ritorno del dipendente al tempo-pieno dopo un periodo part-time. Da parte loro, sia il Bdi che il Bda, le due associazioni degli imprenditori e datori di lavoro, insistono sia nello spuntare una flessibilità maggiore nell’arco della settimana, che per ridurre dalle attuali 11 a 9 ore la pausa tra i due giorni di lavoro. "In un mondo globalizzato - è il parere di Clemens Fuest, direttore del prestigioso Ifo di Monaco - c’è bisogno di regole più flessibili".
Per quale dei due concetti di "flessibilità" opterà la Merkel? Durante le consultazioni per il cosiddetto "governo-Jamaika", la Cdu e Csu e soprattutto i liberali della Fdp si erano apertamente schierati a favore della proposta dei 5 Saggi. Ma quelle consultazioni notoriamente sono fallite, e adesso l’unica possibilità per la Kanzlerin di formare un nuovo governo è puntare a  una coalizione con la Spd.
E i socialdemocratici, si sa, sono da sempre dalla parte dei sindacati, e per una flessibilità sul lavoro che non sfrutti e stressi ulteriormente i dipendenti.
10.12.2017


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