Ogni giorno chiudono tre aziende, ecco come e perchè
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"Solo il bio salverà
la nostra agicoltura"
ANDREA STERN


A livello nazionale ne chiudono tre al giorno, in Ticino circa due al mese. E l’ecatombe di aziende agricole non si arresta. A fine 2016 in Ticino se ne contavano 1.107, rispetto alle 1.130 di fine 2015 e alle 1.145 di fine 2014. A titolo di paragone, nel 2000 erano ancora 1.508 e nel 1990 addirittura 2.217. "È un po’ quello che vuole il Consiglio federale, anche favorendo l’apertura dei mercati", commenta il segretario dell’Unione contadini ticinesi, Sem Genini. "Vuole - aggiunge - strutture più grandi. E quindi i piccoli agricoltori fanno fatica, finché non decidono di chiudere".
La speranza di rilancio del settore arriva da chi viaggia in controtendenza, e ha imboccato la strada del biologico. Qui si è passati dalle 24 aziende del 1990 alle 85 del 2000, poi alle 108 del 2010 fino alle 134 del 2016. Tra chi ha abbracciato di recente questo tipo di agricoltura che rinuncia all’utilizzo di prodotti chimici c’è anche il presidente dell’Unione contadini ticinesi (Uct), Roberto Aerni, proprietario di una fattoria a Gordola. Il primo anno di agricoltura bio, dichiara Aerni al Caffè, "è andato meglio di quello che avrei pensato. Certo, siamo stati favoriti dal meteo, dal caldo e dalle poche precipitazioni, perché non usando chimica il problema principale sono le malerbe. Il bilancio è positivo e posso dire che non cambieremo più. Anzi, mi dispiace di non aver cambiato prima".
Aerni, poi, spiega di non aver mai avuto piacere ad usare la chimica, ma che una volta il biologico era una strada per imprenditori alternativi, per coraggiosi. "Oggi invece è più facile sia a livello di consulenza che economico, visto che questo mercato si è ampliato e si prendono più aiuti diretti. Conosco però contadini che dopo essere passati al biologico sono tornati all’agricoltura tradizionale, a causa delle regole rigorose e dei controlli incisivi. Hanno ricevuto penalità per cose che possono sembrare futili e hanno quindi deciso di tornare sui loro passi".
Uno dei pionieri del biologico in Ticino, Renzo Cattori, conferma che questo tipo di agricoltura non può essere applicato a tutte le aziende. "Vale la pena - dice - per i grandi, quelli che possono vendere i loro prodotti alla grande distribuzione, ma per i piccoli, che ne sono tagliati fuori, non è economicamente interessante". Trentun anni fa, quando l’agricoltore di Cadenazzo decise di passare al bio, anche lui incontrò non poche difficoltà. "Lo feci - racconta Cattori - per motivi morali, non economici. Ma appena cambiai, il supermercato di cui ero fornitore decise di interrompere la collaborazione. Allora era un’avventura perché i commercianti non accettavano i prodotti bio. Oggi invece sono loro stessi a promuoverli, ben più dei prodotti tradizionali".
L’unico aspetto critico, secondo Cattori, è che sempre più spesso si vogliono prodotti perfetti esteticamente. "Quello che è un po’ peggiorato - afferma - è che i supermercati trattano il bio come il tradizionale, quindi non accettano nessun difetto. Poi dall’altra parte vogliono vendere gli hamburger di vermi".
Provocazioni a parte, il biologico continua a tirare. Ma ancora di più, secondo la presidente dell’Associazione consumatrici della Svizzera italiana (Acsi) Evelyne Battaglia-Richi, vi è un’altra nicchia che sta prendendo piede in Ticino, quella del chilometro zero. "Chi è attento al bio è attento anche all’origine dei prodotti - afferma - spesso tra i criteri di scelta prevale quindi la conoscenza del coltivatore rispetto a un marchio che, specialmente se il prodotto arriva dall’estero, non per forza è sinonimo di qualità".

a.s.
14.01.2018


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