I "buchi" accumulati dai Paesi europei e il record italiano
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i nostri debiti pubblici
LORETTA NAPOLEONI


Il problema del debito pubblico italiano è strutturale. Su questo punto un po’ tutti, anche l’Unione Europea, sono d’accordo. Basta dare un’occhiata ai numeri per accorgersene. L’accumulo inizia nel lontano 1897, a seguito degli effetti della grande depressione della fine del secolo diciannovesimo. Improvvisamente il debito sale al 117 per cento del Pil. Un valore alto, che il Paese si trascina appresso fino alla fine della seconda guerra mondiale. Grazie all’aiuto di condoni ed inflazione il debito scende per poi iniziare a risalire nel 1974, con la crisi petrolifera fino ad arrivare al 124,3 per cento nel 1994. Da allora l’Italia convive con un debito alto e spesso ingestibile.
L’effetto negativo del debito negli ultimi vent’anni è sulla crescita, la frena, la rende a volte impossibile. L’Italia è l’unica nazione dell’eurozona che non è riuscita a far ripartire la propria economia dal crollo dei mercati finanziari del 2007-2008, senza parlare della crisi del debito sovrano del 2011.
A questo punto è chiaro che le politiche applicate fino ad oggi non funzionano, in primis quella dell’austerità promossa da Bruxelles dal 2011 ad oggi, quindi l’idea di ridurre il debito non è sbagliata, anzi sembra l’unica via d’uscita per la terza economia di Eurolandia. Sulla carta tutte le tecniche suggerite dalla coalizione Movimento 5 Stelle e Lega potrebbero funzionare, inclusa la riduzione "contabile" del debito pari a 250 miliardi di euro con l’ausilio della Bce. Il vero problema sono i mercati. Questi hanno sottoscritto un contratto tacito con Bruxelles secondo il quale la zona euro deve funzionare secondo alcune regole, ad esempio il divieto della banche centrali di finanziare il debito pubblico degli stati o i vincoli di bilancio applicati a tutti i membri. La rottura di tale contratto da parte di qualsiasi stato membro, basta ricordare la crisi della Grecia nel 2011-2012, farebbe crollare la fiducia dei mercati nei confronti dell’eurozona e mettere a nudo le contraddizioni strutturali di tutta questa costruzione.
Il nodo da sciogliere è questo e non saranno certo i regimi populisti europei a riuscirci perché la finanza non si è mai fidata del populismo. La remissione del debito non è il vero problema. Nella storia ci sono molti esempi che illustrano questo concetto. Nel libro "Questa volta è diverso. Otto secoli di follia finanziaria", Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff  ripercorrono la storia dei fallimenti statali facendo notare che la ristrutturazione del debito o la sua cancellazione sono parte integrante delle grandi crisi finanziarie. E questo spiega perché l’unico paese che pagò tutte le riparazioni di guerra dopo la prima guerra mondiale fu la Finlandia e perché’ nel 1953 si decise di abolite tutto il debito esteriore della Germania, si trattò di cancellare l’equivalente del 284 per cento del Pil tedesco dal 1947 al 1953.
Fino ad ora l’Italia è riuscita a gestire il proprio debito pubblico usando i marchingegni ideati dalla Bce. Le banche italiane vendono i titoli del debito pubblico e la Bce li compra, tanto per avere un’idea nell’ultimo trimestre del 2017 gli istituti di credito italiani hanno ceduto 40 miliardi di euro. Ma la Bce ha dichiarato che tra meno di un anno smetterà di acquistare questi titoli, a quel punto si porrà il problema di come servire il debito. Quindi, in un orizzonte non troppo lontano, il debito italiano potrebbe mettere a repentaglio la salute dell’eurozona esattamente come avvenne con la Grecia.
Dato che non ci troviamo ancora con l’acqua alla gola, il nuovo governo potrebbe insediarsi ed iniziare le negoziazioni con calma. Perché’ non ha scelto questa strada?
La risposta è semplice, per implementare le riforme promesse, reddito di cittadinanza e flat-tax, ha bisogno di poter far gravitare almeno nel breve periodo il debito pubblico e quello di bilancio. Gli servono dai 100 ai 200 miliardi di euro ed i vincoli dell’eurozona glielo impediscono. La strada scelta del confronto diretto con Bruxelles è dunque l’unica praticabile, a meno che… a meno che non si rimandino le riforme ad una data non ben specificata, il che equivale a dire che verranno abbandonate. Ma questo significherebbe perdere una grossissima fetta dell’elettorato, non sarebbe la prima volta che tutto ciò succede in Italia.
27.05.2018


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