I "senza lavoro"  calano e per le imprese iniziano i problemi
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Disoccupati al minimo,
manodopera introvabile
LIBERO D'AGOSTINO


Sarà l’effetto dell’economia mondiale che ha ripreso a crescere, sarà per il cambio tra franco-euro più equilibrato che ha favorito l’industria delle esportazioni, fatto sta che la disoccupazione in Ticino è oggi ai minimi storici.  Di mese in mese il grafico della Seco, la Segretaria di Stato dell’economia, è precipitato in basso, segnando nell’aprile scorso addirittura un tasso del 2,8% (4.705 senza lavoro) che riporta il cantone al ruggente inizio del 2000, quando il sistema produttivo aveva ripreso a girare a pieno regime dopo la pesante crisi degli anni ‘90. Insomma, si è ormai ad un livello tale di disoccupazione per cui sarà sempre più difficile trovare sul mercato del lavoro locale la manodopera necessaria alle imprese.
Tanto più che secondo le stime dell’Ire, l’Istituto di ricerche economiche, nel terzo trimestre dell’anno il tasso dei senza lavoro dovrebbe scendere ancora, attestandosi al 2,6% nelle statistiche della Seco. Che la si misuri con i parametri della  Seco  o  con quelli dell’Ilo, l’Organizzazione internazionale del lavoro, la disoccupazione in Ticino è in picchiata. Già da mesi si segnalano difficoltà per le aziende nel trovare personale, in particolare profili specializzati in diverse attività industriali, nella logistica avanzata, nella farmaceutica dove, ad esempio, mancano tecnici di laboratorio, e nel commercio delle materie prime, uno dei settori emergenti dell’economia cantonale.
Potrebbe essere questo il tallone d’Achille per lo sviluppo futuro del Ticino, che con lo 0,9% ha un tasso di  crescita annua della popolazione al di sotto della media nazionale e una percentuale di anziani molto più elevata rispetto al resto della Svizzera. Un cantone, inoltre, dove da un decennio almeno si tenta in tutti i modi di ostacolare l’assunzione di lavoratori frontalieri di cui l’economia ha, invece, sempre più bisogno.
Dal 2005 al 2016 l’occupazione in Ticino è aumentata del 24% come ha evidenziato il recente studio commissionato dalla Camera di commercio all’istituto di analisi  Bak Economics. Ben 45mila nuovi posti di lavoro distribuiti tra 18mila residenti e 27mila nuovi frontalieri di cui le aziende evidentemente non possono fare a meno. C’è da chiedersi, infatti, dove le imprese ticinesi avrebbero potuto trovare questi 27mila dipendenti su un mercato del lavoro che tra disoccupati in senso stretto e cercatori d’impiego (ossia lavoratori registrati negli uffici di collocamento ma non immediatamente occupabili) non supera le 15mila persone.
L’economia del cantone in questi ultimi anni è cresciuta, il sistema produttivo con le sue 32.574 aziende si è diversificato, le esportazioni hanno registrato un ottimo rilancio, innescando così un forte aumento dell’occupazione.  Dati incontrovertibili che si scontrano però con un dibattito politico che continua ad essere dominato da una presunta emergenza lavoro. "Dire che l’economia ticinese cresce è un reato politico" ricordava qualche settimana fa l’ex ministro delle Finanze Marina Masoni all’assemblea dell’associazione Ticinomoda di cui oggi è presidente.
Certo, oltre alla ripresa dell’economia mondiale e ad un cambio franco-euro meno penalizzante, al calo della disoccupazione hanno contribuito anche altri due fattori. Come ha spiegato Moreno Baruffini dell’Ire, commentando i dati di aprile sul mercato del lavoro, hanno pure inciso l’attività più mirata  degli uffici regionali di collocamento nel reinserimento dei disoccupati e la maggiore sensibilità delle aziende nell’assunzione di residenti. Ma le imprese hanno ormai raschiato il fondo del barile con la manodopera locale.

l.d.a.
03.06.2018


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