Le conseguenze finanziarie dei conflitti mondiali in corso
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Le guerre danneggiano
la nostra economia
LORETTA NAPOLEONI


La caduta del muro di Berlino e la susseguente conclusione della guerra fredda hanno prodotto in Occidente un dividendo di pace, dividendo che è durato fino all’inizio del nuovo millennio, e cioè fino all’11 settembre.
In primo luogo, la spesa per la difesa è diminuita, liberando risorse per altri investimenti. Negli Stati Uniti, ad esempio, nel 1989 si spendeva in armamenti circa il 5,5 per cento del Pil, nel 2000 questa percentuale scendeva al 2,6. Nell’Europa occidentale e nella Federazione russa, poi, la riduzione dell’esborso per la difesa è stata ancora più marcata. In secondo luogo, le risorse scientifiche impiegate nell’industria militare sono state ridistribuite, contribuendo ad accelerare la crescita di settori chiave dell’economia, ad esempio quello tecnologico. In terzo luogo, la conclusione della guerra fredda ha permesso l’integrazione delle ex economie comuniste nell’economia commerciale occidentale, aprendo così nuovi mercati. Ciò ha aumentato il bacino di lavoro globale che è passato da 1,5 miliardi di lavoratori a circa 3 miliardi, con conseguente riduzione dei costi di produzione e mantenimento di livelli di inflazione molto bassi. Infine, lo scioglimento delle alleanze della Guerra Fredda e il miglioramento delle condizioni di sicurezza per il commercio hanno dato impulso al processo di globalizzazione ed all’aumento dei flussi di capitale.
Dall’11 settembre in poi questo trend ha iniziato a rovesciarsi fino a disegnare uno scenario diametralmente opposto, in altre parole stiamo ripiombando nella paranoia della guerra fredda. Il motivo è legato al proliferarsi di conflitti in regioni geopoliticamente a noi vicine.
Forte è tornata ad essere la pressione per aumentare la spesa per la difesa e per la sicurezza nazionale. C’è chi parla di riportare quella statunitense ai livelli degli anni Settanta, 6-8 per cento del Pil (negli anni Cinquanta ammontavano al 10,5 per cento). In risposta alla minaccia del terrorismo interno e dei confini porosi, la spesa per la difesa europea e quella per il Regno Unito hanno iniziato a crescere passando dall’uno a quasi il due per cento del Pil nel 2017. Tutto ciò riduce l’ammontare di risorse destinate ad altri settori dell’economia e dei servizi.
Poiché il modello dei conflitti limitrofi all’occidente è quello delle guerre per procura, ciò ha creato tensioni con partner commerciali importanti, ad esempio la Russia, che vi partecipano con conseguenze negative nei rapporti commerciali. Tra il 2010 e il 2014, ad esempio, gli investitori occidentali hanno impiegato  oltre 300 miliardi di dollari in azioni e obbligazioni russe. Le sanzioni nei confronti della Russia hanno messo fine a questo fenomeno danneggiando sia imprese russe che occidentali. Le sanzioni hanno infatti un impatto negativo anche su chi le impone o le sottoscrive. Prima della crisi, circa 350.000 posti di lavoro tedeschi dipendevano direttamente dal commercio russo-tedesco, oggi il 10 per cento di questa forza lavoro ha dovuto riconvertirsi. L’Europa dipende anche dalle forniture energetiche russe che ha dovuto sostituire con fonti più costose.
La breve analisi degli ultimi trent’anni, conferma che la pace è positiva per l’economia mentre la guerra, anche soltanto quella del vicino, è sempre negativa perché succhia risorse all’economia reale, danneggia il commercio internazionale e scoraggia gli investimenti esteri.
17.06.2018


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