Analisi di un fenomeno sociale le cui cause sono molteplici
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"Aumenta l'assistenza?
Non è colpa del lavoro"
LIBERO D'AGOSTINO


La devastante libera circolazione delle persone"; "350mila ticinesi mandati allo sbaraglio, messi in concorrenza con 10 milioni di abitanti della Lombardia dalla casta degli spalancatori di frontiere"; "le fregnacce e gli studi farlocchi sulla disoccupazione che cala". Il linguaggio è quello abituale della retorica populista, ma il soggetto della narrazione ora è diverso. Visto che il tasso di disoccupazione in Ticino a maggio è drasticamente sceso a livelli pressoché fisiologici, 2,5%, la nuova emergenza da pompare, e cavalcare, è la pubblica assistenza. "Ma è riduttivo attribuire a delle disfunzioni del mercato del lavoro l’aumento dei casi di assistenza. Si tratta di un fenomeno che ha cause molteplici", spiega Renato Bernasconi, direttore della Divisione dell’azione sociale del Dipartimento sanità e socialità.
Il mercato del lavoro si è evoluto, oggi è più esigente e competitivo. Per trovare o conservare un impiego non basta più aver completato le scuole dell’obbligo, avverte Bernasconi: "È fondamentale avere una formazione post obbligatoria, sia essa di tipo professionale o medio superiore. Purtroppo non tutti i giovani riescono a raggiungere questo obiettivo". Ma la pubblica assistenza è arrivata davvero a livelli di guardia in Ticino? Dal rapporto cantonale sul sostegno sociale nel 2017 emerge una realtà diversa. Alla fine dello scorso anno si contavano 5282 titolari del diritto alle prestazioni assistenziali, le cosiddette "unità di riferimento" ossia nuclei familiari per un totale di 8077 persone, tra cui 1862 figli minorenni. I beneficiari dell’assistenza rappresentano, quindi, il 2,3% della popolazione residente, percentuale inferiore alla media svizzera e molto al di sotto del 7% di Neuchâtel o del 5,5% di Ginevra.
A preoccupare è l’aumento negli ultimi anni, seppur contenuto nel 2017, del numero dei beneficiari dell’assistenza, afferma Bernasconi: "Guardando alle percentuali degli altri cantoni è giusto contestualizzare la situazione, poiché in Ticino, grazie agli assegni integrativi e a quelli per la prima infanzia,  molte famiglie con un reddito insufficiente non devono ricorrere all’assistenza. Un modello di sostegno sociale invidiato da altri cantoni". Uno dei problemi cruciali resta quello delle 2184 persone, il 41.3% dei titolari del diritto all’aiuto pubblico, con una scarsa formazione, che al più hanno finito solo le scuole dell’obbligo. Il che aumenta il rischio di restare a lungo in assistenza.
Difficile fare una stima esatta degli assistiti ricollocabili sul mercato del lavoro. "Dei titolari al diritto all’assistenza un migliaio lavorano, a tempo parziale o su chiamata, tuttavia con un guadagno insufficiente. Importante è che abbiano comunque un piede nel mercato del lavoro - precisa Bernasconi -. Altre 2400 persone, non più attive professionalmente, potrebbero essere, almeno teoricamente, ricollocate.  Una parte di esse, con il supporto degli Urc, gli Uffici regionali di collocamento, sta cercando un impiego". Altri beneficiari dell’aiuto sociale hanno invece bisogno di un accompagnamento mirato con dei progetti individuali, realizzati con la collaborazione di enti pubblici o privati di pubblica utilità.
"Certo è che dall’assistenza oggi si può uscire - sottolinea Bernasconi -. Nel 2017 ci sono state 1773 domande chiuse mentre le nuove sono state 1742, su un totale di 5282 dossier attivi". Significativi i risultati della strategia congiunta del Dss e del dipartimento Finanze che nel 2017 ha permesso a 109 persone, sulle 285 seguite, di ritrovare un impiego. Dall’inizio di aprile, inoltre, la Divisione dell’azione sociale, in collaborazione col dipartimento dell’Educazione  e gli Urc, si sta concentrando sulle nuove domande di assistenza di giovani tra i 18 e 25 anni. Con un accompagnamento individualizzato per l’inserimento nel mondo del lavoro. Un processo che può passare anche da un percorso di formazione. Il dipartimento Finanze ha invece messo a punto un programma di coaching personalizzato, da sperimentare sull’arco di 2 anni, per i disoccupati di lunga durata, seguendoli sino a quando troveranno un impiego.

l.d.a.
17.06.2018


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