Il presidente della Cc-Ti Martinetti sul futuro del cantone
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"La strada è giusta,
ma l'approccio no"
ANDREA STERN


Fra 10 anni vedo un Ticino più aperto di mentalità, più sociale, dove ci si muove meglio e soprattutto con i trasporti pubblici - afferma Glauco Martinetti, presidente della Camera di commercio e direttore della Rapelli -. Vedo un Ticino all’avanguardia, dove si mangiano pane e salame e si beve Merlot". Al di là del riferimento autopromozionale, Martinetti sostiene di non essere affatto pessimista per il futuro dell’economia cantonale. "Non c’è bisogno di inventare l’acqua calda - osserva -, basta continuare sulla strada che abbiamo intrapreso. Bisogna continuare a puntare sugli assi di sviluppo di questi anni, come la farmaindustria o la microtecnologia, mantenere la vocazione turistica ed essere pronti ad approfittare delle opportunità".
L’ottimismo del presidente della Camera di commercio si basa sull’osservazione del recente passato. "Se guardiamo agli ultimi 10-15 anni, il Ticino è stato tra le regioni europee più attive nella creazione di posti di lavoro - sottolinea -. Sono continuamente cresciuti sia il gettito fiscale delle persone fisiche sia quello delle persone giuridiche. La disoccupazione è diminuita e in più diamo lavoro a oltre 60mila frontalieri. Sono tutti segni che probabilmente non abbiamo sbagliato tanto nella nostra strategia di sviluppo economico".
Eppure qualche neo c’è. "La rete viaria e quella dei trasporti pubblici non sono riuscite a stare al passo dello sviluppo economico - riconosce Martinetti -. Poi c’è l’avanzata della digitalizzazione, che acuisce il pericolo di tagliare fuori dal mercato del lavoro le persone sopra i 55 anni di età. E non solo loro. Abbiamo una parte di società che non segue il processo formativo, ci sono giovani che non iniziano neanche un apprendistato, che si avviano verso una vita in assistenza. Dobbiamo fare attenzione a non lasciare indietro queste classi sociali".
Insomma, Martinetti auspica uno sviluppo di cui tutti possano beneficiare tutti. Lo si potrà fare con uno sforzo dall’alto, ma anche dal basso. "Oggi purtroppo in Ticino c’è spesso un clima da caccia alle streghe - dice -. Ce la prendiamo con i frontalieri, ce la prendiamo con gli stranieri che vogliono investire da noi, ce la prendiamo con gli imprenditori. Questi vengono accusati di essere dei dei deturpatori del paesaggio e dei nemici del popolo". Un approccio negativo che non porta a nulla di buono. "Ovviamente non si chiede la genuflessione - afferma -. Ma bisogna ricordare che l’imprenditore è qualcuno che investe, che crea ricchezza e quindi benessere. Certo, tutti vorremmo solo industrie che non inquinano, non creano traffico, pagano ottimi salari e tante imposte. Ma dobbiamo anche fare i conti con la realtà e renderci conto che senza le aziende che abbiamo oggi, staremmo tutti peggio".
16.12.2018


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