I dubbi delle aziende a un anno dall'avvio della legge
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promossi dall'edilizia
ANDREA BERTAGNI


Le aziende non vogliono perdere tempo quando si tratta di assumere. Quando c’è da fornire una risposta in tempi celeri a un picco di lavoro. Magari inaspettato. Dalla ristorazione all’industria l’appello è uno solo. Basta attese. Anche se la legge federale sugli stranieri introdotta nel luglio 2018, a seguito dell’approvazione nel 2014 dell’iniziativa federale contro l’immigrazione di massa, obbliga i datori di lavoro che cercano un lavoratore nella cui professione si registra un tasso di disoccupazione di almeno l’8% ad aspettare. Cinque giorni, per la precisione.
Cinque giorni per dare tempo agli Uffici regionali di collocamento (Urc) di cercare tra i disoccupati. Solo se la ricerca non va a buon fine, le imprese, dice la legge, possono muoversi liberamente. "Comunque sia, attendere 5 giorni prima di poter cercare autonomamente il personale non va bene, crea dei problemi". Stefano Modenini, direttore dell’Associazione industrie ticinesi (Aiti) è realista. "L’attesa - dice - non è compatibile con i tempi di produzione della manifattura". Modenini ne è sicuro. La modifica voluta dal legislatore per andare incontro al testo dell’iniziativa democentrista per l’industria ticinese non ha avuto chissà quale scossone. "Per noi non è cambiato nulla, non è diventato più facile cercare la manodopera". Il motivo? "Il nostro problema - spiega Modenini - è che il più delle volte il nostro personale specializzato non solo non è iscritto agli Urc, ma proprio non si trova".
A non dirsi soddisfatto è anche Massimo Suter, presidente di GastroTicino, l’associazione mantello dei ristoratori. "La nuova norma? È un mostro burocratico che limita la dinamicità - sottolinea - anche perché a volte i giorni di attesa diventano  7-10 e muoversi sul mercato a quel punto diventa davvero complicato". Soprattutto nella ristorazione. Dove si agisce a ruota del turismo. E di conseguenza si è molto legati alla domanda. "Quando c’è un’urgenza, come nei fine settimana lunghi con festivi, non dico che la ricerca di personale sia proibitiva, ma quasi". Suter non se la sente di criticare gli Urc. "Ci mettono impegno e fanno il possibile per alleviare i disagi, però molto spesso i profili dei disoccupati non corrispondono alle posizioni desiderate". Un problema, secondo il presidente di GastroTicino, risolvibile a patto di modificare la legge d’applicazione. "Sarebbe molto più semplice se ci fossero categorie di lavoratori molto più dettagliate - osserva Suter -. Nel nostro settore, ad esempio, nel gruppo professionale "sotto-cucina" rientra un po’ di tutto: di conseguenza molto spesso riceviamo candidature che non corrispondono a ciò che desideriamo".
Controcorrente va invece Nicola Bagnovini, direttore della Società svizzera degli impresari costruttori ticinesi (Ssic). "A parte un lavoro preparatorio iniziale necessario per adeguarsi ai nuovi automatismi - dice - non c’è stato un grande scompiglio". Anche perché non tutte le professioni dell’edilizia sono soggette all’embargo indigeno. E dunque il nuovo impatto normativo è stato limitato. "Credo sia giusto guardare al mercato locale, ai disoccupati - prosegue Bagnovini - tanto più che fino ad oggi non abbiamo ricevuto come Ssic alcun reclamo dalle nostre imprese associate". Difficile in ogni caso valutare quanto la misura protezionistica abbia raggiunto davvero lo scopo. "Non abbiamo numeri o cifre al riguardo - chiarisce il direttore degli impresari -, quindi non so dire con certezza se e come la nuova legge abbia dato gli effetti sperati".

m.sp./an.b.
16.06.2019


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