Viaggio nel Paese che ha evitato due crisi economiche
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Gli affari con la Cina
garanzia per l'Australia
LORETTA NAPOLEONI


È dal lontanissimo 1991 che l’Australia non entra in recessione, un record tra i paesi industrializzati condiviso soltanto con l’Olanda. Negli ultimi trent’anni, infatti, le economie avanzate sono state colpite da due catastrofi economiche: lo scoppio della bolla "dot.com" come nel 2000 e quello dei mutui spazzatura nel 2007 che portò al crollo della Lehman Brothers. In entrambi i casi l’Australia è riuscita a proteggere la propria economia per una serie di motivi tra cui l’agilità con la quale il dollaro australiano si è svalutato, rendendo più competitive le esportazioni delle materie prime, ed i legami commerciali con la Cina. In realtà il ciclo economico australiano presenta più interdipendenze con quello cinese che con quello dei paesi più "industrializzati". Nel 2008-2009, ad esempio, lo stimolo introdotto dal governo cinese per attutire l’impatto della crisi sull’economia cinese ha fatto si che le esportazioni di ferro e carbone australiano in Cina rimanessero invariate nonostante la contrazione mondiale.
La Cina, dunque, è il più importante partner commerciale dell’economia australiana, un’economia che dipende per il 22 per cento del proprio prodotto interno lordo dalla vendita all’estero di materie prime. L’Australia non esporta beni ad alta tecnologia ma prodotti essenziali per la crescita e lo sviluppo del mercato nazionale cinese, è questo un dato importante. Il legame con il settore delle esportazioni cinesi è minimo, e questo è decisamente il motivo per cui la flessione di queste dovuta alla guerra tariffaria non ha avuto alcun impatto sull’economia australiana.
Fortunatamente per l’Australia, la stabilità del mercato interno è fondamentale per Pechino, infatti la legittimità del partito comunista resta proprio su questo pilastro. Da quando Trump ha lanciato l’offensiva tariffaria, Pechino ha risposto con una serie di politiche per potenziare il mercato interno ed accelerarne lo sviluppo. L’obiettivo di lungo periodo di Xi Jinping, non dimentichiamolo, è sostituire la domanda esterna con quella interna.
Per ora, dunque, il settore trainante dell’economia australiana rimane in una botte di ferro, ma c’è chi teme la contaminazione attraverso il mercato dei capitali. Se è vero che la Cina è il partner commerciale più grande è anche vero che gli Stati Uniti sono l’investitore netto più importante dell’Australia. Una riduzione nel flusso dei capitali, o legata allo scoppio della recessione o alle politiche "vendicative" di Trump nei confronti di chi continua a commerciare liberamente con la Cina, metterebbe a durissima prova l’economia australiana. Il crollo degli indici di borsa a metà agosto sembra confermarlo.
Economisti ed analisti sostengono che il livello di debito detenuto dal settore privato è eccessivamente alto rispetto alla crescita del reddito, un errore che non è stato rimediato durante gli ultimi 10 anni. Ancora più preoccupante per il Paese del premier Scott John Morrison, (succeduto a Malcolm Turnbull) che ha sconfitto il laburista Bill Shorten, è l’impatto che la crisi mondiale sta avendo sulle quotazioni delle maggiori banche, Commonwealth, Westpac, Nap and Anz, che hanno perso il 3% e la dipendenza dei titoli dei gruppi minerari, come Rio Tinto che ha perso il 2,8 per cento, dalla domanda globale. Esiste insomma una fragilità quasi endemica che potrebbe far scivolare il Paese nella recessione mondiale. Questa volta, dunque, l’Australia potrebbe non farcela a schivare la recessione.
25.08.2019


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