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La crisi economica e occupazionale della fascia di confine
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"Ma qui non c'è spazio
per i nostri frontalieri"
CLEMENTE MAZZETTA


Coronavirus non fa rima con occupazione. Né da una parte né dall’altra della frontiera. Le zone di confine del Ticino, della Lombardia e del Piemonte, che erano risalite dalla crisi del 2011, si ritrovano in difficoltà. Dopo due mesi di blocco, ha ripreso il settore manifatturiero, delle piccole e medie imprese, l’ossatura portante di quest’area contigua al Ticino. Ma è un settore che non potrà riassorbire l’eventuale disoccupazione dei frontalieri, dicono sindacalisti e imprenditori locali sentiti dal Caffè. Tantomeno gli altri settori
Incertissima la stagione turistica che trascinava la ripresa e l’occupazione stagionale dell’area piemontese e lombarda dei grandi laghi: sul lago Maggiore, il Grand Hotel des Iles Borromées&Spa di Stresa non aprirà, destino analogo di alcuni hotel di Como viste le decine di disdette. "Per troppo tempo in Italia si è data per scontata l’occupazione di manodopera italiana in Ticino. Purtroppo rischia di non esserlo più se la crisi si accentuerà. Occorre quindi pensare a forme di collaborazione, ad una vera reciprocità aziendale", sostiene il consulente aziendale Giovanni Moretti, delegato dalla Confederazione artigiani di Como nella Regio Insubrica. Pur scommettendo sulla green economy come possibilità di cooperazione fra le regioni di frontiera, ammette però che sarà difficile trovare posto per tutti. cmazzetta@caffe.ch
17.05.2020


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