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Dopo Gheddafi il Paese è in mano ai signori della guerra
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La Libia è una polveriera
ormai pronta a esplodere
LORETTA NAPOLEONI


La Libia può diventare la nuova Siria, una forza destabilizzante a poche centinaia di chilometri dalla Sicilia e quindi dall’Europa? Una domanda che nelle ultime settimane molti si sono posti.
La destabilizzazione della Libia è una delle sfortunate conseguenze  della primavera araba. Nel 2011 le potenze occidentali appoggiarono l’insurrezione nazionale per rovesciare Gheddafi, che aveva governato il paese per 40 anni. Ufficialmente il motivo era liberare il Paese da un brutale dittatore, ma in realtà tutti, comprese le potenze straniere, volevano mettere le mani sul petrolio libico.
In Libia tutto gira intorno al petrolio. Il Paese produce circa l’1 per cento della produzione mondiale, tuttavia il peso del petrolio libico sui prezzi mondiali e sull’equilibrio energetico è ben maggiore a causa dell’alta qualità: è leggero, facile da raffinare ed è a due passi dall’Europa. La Libia dista solo 250 miglia dalla costa italiana e gli italiani hanno costruito un efficientissimo sistema di gasdotti ed oleodotti che collega il Paese al Vecchio continente.
Ma da quasi 10 anni la gravissima situazione politica ha ridotto drasticamente le esportazioni di petrolio. Il motivo è presto detto, nel 2011 si commisero gli stessi errori che in Iraq dieci anni prima e fu impossibile dopo la caduta di Gheddafi unificare la nazione. Come l’Iraq, la Libia è popolata da decine e decine di tribù e come Saddam Hussein, Gheddafi le aveva governate con un pugno di ferro fomentandone l’ostilità reciproca. Una volta crollato il regime tribù e milizie, anche quelle che si erano alleate per rovesciare Gheddafi, si rivoltarono le une contro le altre ed il Paese piombò nell’anarchia. Da allora si combatte costantemente e nel corso degli anni sono comparse nuove forze: signori della guerra, gruppi jihadisti e criminali tutti finanziati da una rosa di sponsor. Come la Siria, la Libia è ormai terreno fertile per la moderna guerra per procura.
Da anni due governi si contendono la legittimità, quello di Tripoli "sponsorizzato" dalle Nazioni Unite e quello di Tobruk, ad est del Paese, appoggiato dall’Egitto e dagli Emirati Arabi. Fino a qualche mese Halifa Haftar, ex generale dell’esercito di Gheddafi, lo rappresentava ma un fallito tentativo di colpo di stato nel 2019 lo ha portato a combattere da solo ed a diventare l’uomo di riferimento degli sponsor, che ormai appoggiano lui e non più il governo di Tobruk. Dalla primavera del 2019, quando Haftar ha lanciato l’offensiva contro Tripoli, accanto a quelli tradizionali sono comparsi nuovi sponsor, la Russia, l’Arabia Saudita e la Francia.
La lotta per la capitale, ancora non risolta, ha attirato nuovi sponsor anche per il governo di Tripoli, oltre all’Onu questo è ora appoggiato dall’Italia, dal Qatar e dalla Turchia, il cui parlamento ha approvato l’uso delle truppe di terra in Libia.
Sia la Turchia che la Russia hanno inviato mercenari per rafforzare i due eserciti, quello di Tripoli e quello di Halifa, la Turchia, che fa parte della Nato, ha dispiegato ben 13.000 uomini tra cui ex jihadisti. Naturalmente la posta in gioco è la produzione petrolifera ed infatti i mercenari russi del famigerato gruppo Wagner insieme con la milizia sudanese Janjaweed hanno recentemente bloccato tutte le esportazioni di petrolio. Ormai è chiaro: la guerra per procura libica sta velocemente degenerando in un conflitto più pericoloso per l’Europa di quello siriano.
04.07.2020


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