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Si temano le paure,
certamente non la Cina
LUIGO BONANATE


Il mondo della politica internazionale sta andando incontro a una svolta (forse) storica: la Cina ha scoperto l’Europa! Per mille anni, le scoperte geografiche sono partite dall’Europa per ampliare i confini delle terre conosciute; oggi, che quella ricerca si è esaurita, il meccanismo si rovescia e gli ultimi stanno diventando i primi... A quanto pare, una grande agitazione sta afferando le diplomazie dei paesi più avanzati, che temono lo shopping cinese in Europa.
Ma ha senso che grandi stati capitalistici cerchino di bloccare le iniziative di un nuovo concorrente che, utilizzando gli stessi loro metodi, li sta sopravanzando tecnologicamente e industrialmente proprio sullo stesso terreno sul quale aveva dovuto inseguire per decenni? Perché temere l’impeto del nuovo-venuto se oggi porta con sé nuovo know how e nuove soluzioni che, grazie alle sue particolari doti industriali, gli permettono di aprirsi tutti i mercati? Ora, rifiutare tale tipo di competizione e di concorrenza sarebbe fuori luogo e ingenuo, dopo che per decenni lo stesso modello di sviluppo aveva avuto tanto successo: se l’Occidente vede oggi nella Cina un "rivale sistemico" (espressione invero sgradevole che è stata usata per indicare una contrapposizione totale e irrefrenabile), allora ecco che qualche chiarimento va immediatamente dato. Prima che il rivale si trasformi sul serio in un  nemico, dovremo chiederci quali siano i confini che siamo disposti ad abbattere e quali invece intendiamo difendere gelosamente. Quando, più di mezzo secolo fa, l’Europa ha subito la superiorità dell’american way of life, lo ha fatto perché convinta di partecipare a un grande e progressivo miglioramento delle condizioni di vita comuni a tutti. Oggi, non possiamo escludere che qualche cosa del genere possa succedere in diverse parti del mondo. In altri termini, la rivalità non ha necessariamente natura "sistemica" (che è come dire: senza limiti) bensì competitiva e comparativa. Il punto, insomma, riguarda la politica più che l’economia: quale tipo di società immaginiamo per nostro futuro?
Un altro ammonimento su cui dovremmo riflettere riguarda quel senso di frustrazione se non di paura che circola in un Occidente che si avvolge in sé stesso, reclama la la superiorità dei singoli interessi nazionali, teme le novità e gli sconosciuti, disperdendo quel patrimionio di comunanza culturale e sociale e che è stato il motore della sua storia. Soltanto se invece la Cina viene vista come il boss che, con le tasche piene di yuan, comprerà non soltanto i nostri gioielli ma anche le nostre anime, le prospettive  sistemiche diverranno davvero preoccupanti, e la solidarietà euro-atlantica dovrà essere ripensata, certo non con formule del tipo America-First o Itay-First, come si è sentito dire nei giorni scorsi, ma alla luce dei principi stessi dello sviluppo socio-economico che ha guidato l’Occidente nei secoli. I premi e i privilegi vanno dati a chi progredisce meglio e li redistribuisce; il commeercio non deve "seguire la bandiera", come si diceva nell’Ottocento, ma perseguire il progresso, materiale nonché sociale e morale. È anti-storico temere la Cina; dobbiamo temere, piuttosto, le nostre paure.
24.03.2019


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