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Se gli "scoccial media"
illudono gli ascoltatori
RENATO MARTINONI


Sulla Rete 2 della Rai passa una réclame che dice: "La televisione è cambiata, il futuro è arrivato". La si potrebbe trasportare nel nostro Paese, pur con qualche ritocco, per dire: "La Radio è cambiata, il presente è arrivato". Difatti uno dei messaggi più importanti che la Rete 1 della Rsi sta facendo passare, nel volere adeguarsi ai nuovi bisogni, è quello di stare fra la gente. Perché la gente si senta "dentro la radio". Per fare questo sono nate alcune trasmissioni fondate sul dialogo continuo con gli ascoltatori. Così essi ravvivano certi programmi, condotti non da uno ma da due o tre animatori, inondando la nostra prima rete radiofonica di messaggini e di chiamate, usando insomma i social (anzi, diamogli il nome che a volte si meritano: gli "scoccial"), con la facoltà di esprimersi su tutto e su tutti: dalle diete vegane ai dentifrici, dalle razze canine ai rumori misteriosi. Per la Rete 1 della nostra radio è un modo per farsi sentire vicina e quindi per evitare che l’attenzione cali. Per gli ascoltatori è l’illusione di salire sulla pedana di chi "fa la radio".
Riempire il palinsesto è un’arte che non si inventa; e "fare la radio" è un mestiere tutt’altro che semplice. Resta che in certi momenti della giornata si parla troppo: e neanche sempre di cose interessanti. Ma soprattutto mancano dei sani spazi di silenzio (occupati, s’intende, dalla musica). Verrebbe anche da aggiungere che c’è un limite oltre il quale sarebbe bene non andare. Perché c’è da chiedersi: ma, per piacere, e per essere ascoltata, la Rete 1 della Rsi deve trasformarsi in un’amica logorroica che regali pacche sulle spalle? No, perbacco, la nostra radio deve solo fare il suo lavoro. Prendendosi sì la libertà di adeguarsi al presente, insomma di non perdere il treno. Ma senza con questo cadere nelle trappole sottili del nuovo.
Certo, al di là di qualche caduta nel banale e di qualche eccesso di protagonismo, la colpa non è della Rsi ma della tendenza a lasciarsi distrarre e a cambiare canale. Si potrebbe anche pensare a una differenza di percezione. Questo modo di "fare la radio", tanto interattivo, può piacere e anzi piace. Non va tuttavia dimenticato che per i giovani c’è già la Rete 3. Non si vuol dire con questo che la Rete 1 debba essere destinata agli anziani, ci mancherebbe. E poi il problema non è di generazioni: c’è semplicemente chi ama certe cose e chi no. Anche a quest’ultima fetta della società sarebbe comunque giusto pensare.
19.03.2017


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