Fogli in libertà
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Parole piene e vuote
e antiche menzogne
RENATO MARTINONI


Quando è diventato "sapiens" (oddio, "sapiens"…), l’uomo ha inventato la lingua. Come faremmo a a comunicare, se non avessimo una lingua? Invece di insultarci useremmo le clave. Il mondo sarebbe più violento e pieno di urla di quanto già non è. Possiamo immaginare che all’inizio le parole servissero a dare un nome alle cose. Quello che il bipede beveva si chiamava "acqua" e quello che mangiava "radici". Acculturandosi sempre più, l’uomo ha quindi cominciato a usare le parole anche per esprimere dei sentimenti. Per dire "amore" e "odio". Poi, di fronte alla bellezza degli occhi azzurri di una donna, un maschio avrà sussurrato: "Il cielo del tuo sguardo mi affascina". Così sulla terra sono comparse anche le metafore.
È una fortuna avere una lingua con cui dare un nome alle cose, ai sentimenti, e per cercare di darlo a quelle emozioni che tante volte non riusciamo a definire. Forse perché sono ancora inesprimibili. Peccato invece che il progresso fatto con le parole sia stato presto accompagnato da scelte sempre più furbesche. Ci sono settori della vita in cui si può mentire e altri no. Uno scienzato che comunica con un astronauta userà una lingua concreta. Referenziale, come dicono gli specialisti. In altri settori invece c’è meno bisogno di concretezza e più voglia di libertà. Libertà di creare, come fanno poeti, e magari anche di barare. Capita perciò di sentire una lingua fattasi vuota, perché le parole non hanno più aggancio con le cose. Avviene non di rado nella critica d’arte (e nella presentazione di progetti pseudoartistici, dove la mancanza di contenuti viene mascherata con la pompa delle parolone). Capita anche altrove.
Così certi politici, come l’attuale primo ministro italiano, parlano una lingua vuota, che non dice nulla. Così certi populisti (il populismo è una moda paragonabile alle epidemie che fanno stragi dell’umanità) ripetono volentieri che nel passato si facevano "chiacchiere" mentre oggi si fanno cose "concrete". Il meccanismo è sempre lo stesso: si parla di problemi, dell’incapacità o della mancanza di impegno per risolverli, della trasformazione dei problemi in emergenze. Così la preoccupazione diventa allarme. Allora il populista invoca un Messia. Cioè un tale che si spaccia per esperto e che parla come sa parlare. Cioè usando, non ha altri mezzi poveraccio!, una lingua vuota, inflazionata, fatta di proclami, lontana dalle cose. Possiamo difenderci, noi gente indifesa, da questa gentaglia? Impariamo, leggendo molto, a capire la lingua. Come il dermatologo capisce la nostra pelle, appena la guarda. A capire se la lingua è ricca di contenuti o se è vuota come una zucca di Halloween. È uno dei pochi modi che ancora abbiamo per difenderci dai cerretani.
02.12.2018


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