Fuori dal coro
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Parco del Locarnese,
troppe paure infondate
GIÒ REZZONICO


Per vincere le elezioni bisogna seminare paure nella gente. Bisogna rivolgersi alla componente irrazionale dell’elettorato. Questo sembra essere il cattivo andazzo di questi ultimi anni. È una deriva pericolosa per la democrazia, che esige invece razionalità. Da sempre sono favorevole alla creazione del Parco nazionale nel Locarnese, sul quale i cittadini dei territori interessati saranno presumibilmente chiamati alle urne a giugno. Ritengo che il Parco rappresenti una grande opportunità sia dal profilo turistico, sia per rivitalizzare le nostre valli. Il mio intervento, con questo contributo e con altri che seguiranno, ha l’intento di portare il dibattito sul piano della razionalità smascherando le fandonie.
• Se passa il Parco non possiamo più battere nemmeno un chiodo ("sa po pü batt un ciod") e non siamo più nemmeno liberi di fare una pisciata ("a sem pü neanca liber da fa una pisada").
Non è vero. Sul 72% del territorio coinvolto dal Parco, cioè nella cosiddetta zona periferica, nulla cambierà. Per quanto riguarda il rimanente 28% bisogna tener conto che sul 40%, quindi quasi sulla metà del territorio restante, già ora la caccia non è permessa. Un altro 20%, quindi un quinto del territorio rimanente, è già oggi riserva forestale. La zona in cui le cose cambiano riguarda solo un 10% della zona centrale, dove si vuol permettere alla natura di seguire il suo corso. Anche qui, comunque, si potranno in ogni caso caricare gli alpi, mantenere i pascoli e proseguire con le attività delle capanne alpine. Che cosa sarà proibito? La caccia, salvo quella selettiva (eliminazione per esempio di cinghiali), la pesca, la raccolta di funghi o bacche, lo sfruttamento sistematico dei boschi.
• Scrivono gli oppositori del Parco ("la Regione" dell’8 febbraio): Siamo preoccupati "per la sorte dei rustici e in generale delle costruzioni in zona centrale, che secondo l’ordinanza di applicazione e il correlato rapporto esplicativo, verranno a lungo termine espropriati".
Non è vero. Perché per la dozzina di rustici privati che si trovano all’interno delle cosiddette zone centrali vigono le stesse leggi cantonali che regolano i rustici in tutto il Ticino. Il loro destino non è quindi in alcun modo legato alla Carta del Parco.
• Se tutto questo fosse vero, obiettano alcuni contrari, potremmo anche essere d’accordo con il Parco, ma non ci fidiamo perché dopo l’accettazione da parte del popolo cambierebbero le regole.
Non è vero. Perché progetti, finanziamenti e regole contenuti nella Carta del Parco verranno rivotati ogni 10 anni. Inoltre i Comuni, qualora le condizioni del Parco dovessero cambiare, potranno sciogliere il contratto in qualsiasi momento.
04.03.2018


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