Fuori dal coro
Cultura come il panino,
ritorna un mito tossico
ANDREA GIRINGHELLI


Un politico ticinese ha proposto di ridurre gli aiuti pubblici alla cultura. Non è una novità. Ci fu pure quel ministro che giustificò il taglio dei finanziamenti siccome la Divina Commedia non risolve i problemi della soglia di povertà: con la cultura non si fanno i panini e quindi non serve! Quello delle sovvenzioni alla cultura è l’argomento di "Kulturinfarkt", volume del 2012. Celebra il neoliberismo culturale e consiglia di azzerare i contributi pubblici: l’eccesso di offerta non favorisce la qualità e quindi occorrono tagli massicci alle istituzioni culturali per restituire al mercato una salutare funzione regolatrice. Parecchi politici abbracciarono la tesi e proposero la privatizzazione dei musei: non danno profitti - argomentavano - e conviene cedere al miglior offerente; era contemplata la svendita di biblioteche e archivi e pure non si escludeva la privatizzazione della memoria collettiva.
Un funzionario convertito al nuovo credo si sforzò di convincermi - con esito letale per la sua reputazione - che "la povertà stimola l’ingegno" (sic): la soppressione delle sovvenzioni statali avrebbe favorito il rigurgito imperioso della grande cultura. Sono convinto che l’ignoranza non sia una virtù e non aggiungo altro: ma la tossicità del darwinismo culturale è in circolo e occorrerà provvedere.
Intanto, per i disinformati, rammento che le risorse per iniziative culturali in Ticino, al netto di sponsorizzazioni di privati, fondazioni e comuni, provengono da Swisslos (14/15 milioni all’anno) e dal ricorrente sussidio federale per la salvaguardia e la promozione della cultura e della lingua italiana (2,5 milioni). Al Cantone spetta il finanziamento ordinario degli istituti del Cantone.
Se dovessimo aderire alle tesi neoliberiste che confidano nelle virtù taumaturgiche del mercato, dovremmo recitare il de profundis per tante iniziative di qualità e la nostra editoria, che già fatica, si troverebbe a dover chiudere le porte in faccia a tanti autori. In fondo non si tratta di ridurre o abolire, ma di riflettere sui principi di gestione e distribuzione dei sussidi che talvolta non funzionano a dovere per un distorto concetto del ruolo dello Stato in materia di cultura. Gli autori di "Kulturinfarkt" condannano certa politica culturale che non stimola innovazioni ma produce solo conformismo dal sapore burocratico, e su questo punto concordo: da qui dovremmo ripartire per correggere le storture.
09.02.2020


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