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Fuori dal coro
Appunti attorno
alla pandemia
ANDREA GHIRINGHELLI


L’epidemia del 2020 entrerà nei libri di storia: una cesura, una catastrofe epocale. Qualcuno sostiene che abbiamo imparato ad essere una comunità di cura, a sconfiggere il male tutti assieme, e dopo saremo migliori. Ma la storia sembra smentire l’auspicio. Le pestilenze di altri tempi hanno indotto gli uomini a professare pubblici pentimenti e ad invocare la redenzione dai peccati, ma poi, trascorsi i flagelli, i buoni propositi furono smarriti.
Qualcuno scrive che, dopo tanto tempo, per la prima volta la paura del nemico invisibile ci attanaglia, l’incontrollabile ci terrorizza e il panico ci lambisce perché la medicina confessa di non avere la certezza dei rimedi. Ma si reputa che la paura sociale aiuterà a lacerare il muro dell’indifferenza verso gli altri e a comprendere le paure di chi scappa da mali ancor peggiori. Capisco e ci spero.
Un burocrate bernese, seguace del formalismo giuridico ad oltranza, contesta le restrizioni imposte dal governo ticinese per frenare il morbo dilagante: non hanno base giuridica - asserisce - e sono illegali, perciò da sopprimere. Al leguleio rammento che non sempre ciò che è legittimo è legale, e talvolta per proteggere al meglio la salute dei cittadini conviene uscire dalla retta via: è eticamente inaccettabile rinunciarvi per motivi giuridici. Ha rimediato Berset.
C’è poi un’altra questione assai controversa. Le misure coercitive hanno limitato la libertà dei cittadini e l’essenza e il valore della democrazia - sostengono alcuni - sono messe in discussione. Ma è proprio così? L’insistente richiamo delle autorità allo stretto rapporto fra responsabilità individuale e responsabilità collettiva, mette l’accento sul fatto che la libertà non è, come noi crediamo, sinonimo di indipendenza dall’altro, ma un fatto relazionale. E infatti la radice etimologica evoca amicizia, fratellanza, crescita comune. Forse abbiamo dimenticato proprio questo: non vi è libertà senza solidarietà. Ce lo dice la Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948: "Tutti nascono liberi e eguali e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza". Ecco, il morbo che obbliga all’isolamento ci costringe ad ammettere che la nostra concezione di libertà è mutilata e priva della componente che le dà sostanza e la legittima: la solidarietà, la consapevolezza dell’utile comune. Quell’utile comune che, attraverso le costrizioni, ci fa comunità sociale e autenticamente liberi.
05.04.2020


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