La vicenda dell'ex funzionario mette a nudo i paradossi
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La privacy è morta
evviva la privacy
LIBERO D'AGOSTINO


Tutti lo sanno quel nome, ma per legge non si può dire. Né, tantomeno, scrivere. L’identità dell’ex funzionario del dipartimento sanità e socialità, condannato nei giorni scorsi per coazione sessuale, sui media deve restare anonima per proteggere le sue vittime, quando invece su Facebook compare con tanto di nome, cognome e foto, affogati in un fiume di insulti. Sono i paradossi di due articoli del codice penale e di procedura penale che impongono ai giornalisti di tacere, limitando di fatto un diritto di cronaca che tracima, poi, senza filtri e controlli sui social. Una tutela ipocrita e schizofrenica della personalità e della privacy che non riguarda solo i reati sessuali, ma anche quelli economici o contro le persone, e che spesso, con una logica estrema della riservatezza, investe con finalità diverse pure la politica. Oscurando quella legge sulla trasparenza che dovrebbe consentire all’opinione pubblica "un’informazione corretta, adeguata e tempestiva" sull’attività dello Stato.
Sotto le forche caudine di una normativa, nata male e applicata peggio, è inevitabile che il diritto si rovesci in forzature e distorsioni. Capita così che nei resoconti giornalistici si sia fatto e rifatto centinaia di volte il nome dell’ex presidente di una società sportiva di Bellinzona, condannato per abusi sessuali su una quindicina di ragazzi, provocando anche a distanza di tempo da quei gravi fatti traumi profondi nelle famiglie di quelle vittime che la legge voleva proteggere. Succede che siano stati esposti alla pubblica gogna l’identità di un ex consigliere comunale del Mendrisiotto accusato di atti sessuali con una ragazzina di 11 anni (che evidentemente non era meritevole di tutela legale) o quella di un altro consigliere comunale di Lugano condannato per molestie sessuali telefoniche, mentre  è sempre rimasto anonimo il docente del Bellinzonese finito in carcere per atti sessuali su fanciulli .
In un cantone dove dal 2001 al 2016 si sono registrati 471 casi di atti sessuali su fanciulli, tutto ciò che non possono raccontare i giornalisti, lo riportano con abbondanza di particolari i social media.  Con una potenza di propalazione enorme, visto che in Ticino Facebook da solo conta 200mila iscritti, dunque molti di più dei lettori dei singoli quotidiani o dei telespettatori delle reti tv. Allora, ci si domanda, che senso ha imporre il silenzio ai giornalisti? Costringerli a incredibili contorsioni linguistiche nel raccontare i fatti e a sterilizzare, a norma di legge, cronache che poi dilagano sui social. La doverosa tutela delle vittime dei reati e dei famigliari si traduce purtroppo anche nell’immunità dalla sacrosanta riprovazione sociale dei loro carnefici, il cui anonimato spesso protegge quanti sapevano dei loro misfatti, ma non li hanno denunciati.
Le eccezioni previste dalla legge, per cui si possono fare i nomi degli autori dei reati solo se si tratta di personaggi pubblici o di fatti d’interesse pubblico, si è ormai ridotta ad una foglia di fico dai singolari effetti collaterali. Negli ultimi anni centinaia di milioni di franchi sono scomparsi nei gorghi di malversazioni e appropriazioni indebite, senza che mai si potesse indicare, se non in pochi casi, con nome e cognome i responsabili, che oltre alla condanna avrebbero anche meritato il legittimo biasimo della collettività. Si è arrivati persino all’assurdo di non poter scrivere le generalità dei protagonisti di gravi fatti di sangue, ma di pubblicare, senza problemi, la foto delle loro case.
Insomma, il diritto di cronaca è impastoiato tra le storture di una normativa che a giudizio di molti magistrati andrebbe corretta e una cultura dell’informazione che sta conoscendo una vistosa regressione anche laddove c’è un eminente interesse pubblico, ossia nell’attività politica e governativa. Come dimostrano le ricorrenti denunce contro ignoti per la fuga di documenti che, chissà perché, dovrebbero restare riservati. Il Caffè, che ha dedicato una lunga inchiesta allo scandalo Argo1, nel giro di pochi mesi è stato al centro di ben due denunce: la prima per aver pubblicato i verbali degli interrogatori della sottocommissione del Gran Consiglio che indagava sul mandato da 3,4 milioni assegnato alla società di sicurezza; la seconda per aver riportato i passaggi più importanti del rapporto finale della Commissione parlamentare d’inchiesta che ha indagato sulla stessa vicenda. In entrambi i casi nulla di quanto scritto dal nostro settimanale ha compromesso in qualche modo il lavoro dei commissari. Ha solo informato su fatti e circostanze che i cittadini avevano il diritto di sapere.

ldagostino@caffe.ch
10.02.2019


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