L'allungamento della vita è una sfida e un'opportunità
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Cosa succederebbe
se vivessimo 110 anni
ANDREA STERN


Se la speranza di vita raggiungesse i 110 anni, gli asili nido diverrebbero superflui, vista l’abbondanza di nonni, bisnonni e trisnonni ancora relativamente in buona salute. Se la speranza di vita raggiungesse i 110 anni servirebbero almeno ottantamila operatori sanitari in più. Se la speranza di vita raggiungesse i 110 anni occorrerebbe assolutamente rivedere il sistema di previdenza. Perché se si dovesse restare fermi, si andrebbe verso il tracollo. Il rischio sarebbe infatti quello di avere piu pensionati che persone attive. Il think tank liberale Avenir Suisse ha voluto studiare cosa accadrebbe se questo scenario dovesse concretizzarsi. "Le conseguenze finanziarie per l’Avs sarebbero disastrose - sostengono Jérôme Cosandey e Noémie Roten, ricercatori di Avenir Suisse -, ogni anno si registrerebbero perdite per 20 miliardi di franchi. Altrettanto disastrose sarebbero le conseguenze per il secondo pilastro. In questo caso servirebbero nuove entrate per parecchie decine di miliardi di franchi".
Uno scenario insostenibile. Eppure in fin dei conti nessuno può escludere che un giorno l’essere umano non arriverà effettivamente ai 110 anni di vita. Gli sviluppi della medicina permettono di immaginare che certe malattie oggi incurabili non saranno più tali. Soprattutto permettono di immaginare la diffusione di terapie geniche in grado di ottimizzare il genoma e posticipare così di almeno dieci anni la probabile morte.
Cosandey e Roten sostengono che andrebbe innanzitutto abbandonata l’età fissa per il pensionamento. Anno più, anno meno, i 65 anni sono un concetto vetusto che non consente di superare il solito sterile discorso. Al posto dell’età fissa andrebbe introdotta una soglia minima di anni di contributi. In pratica coloro che entrano presto nel mercato del lavoro, e che spesso svolgono mansioni più logoranti, avrebbero diritto di andare in pensione prima. Coloro che studiano a lungo dovrebbe invece ritardare l’appuntamento con la pensione. "Indirettamente - spiegano i due ricercatori - questo concetto terrebbe conto del fatto che la speranza di vita è legata al livello di istruzione".
Partendo dal principio che due terzi degli anni di vita guadagnati dovrebbero essere dedicati al lavoro e un terzo al meritato riposo, Cosandey e Roten ipotizzano che a lungo termine si possa arrivare a un’età di pensionamento variabile tra i 65 e i 77 anni. "Nel caso estremo in cui la speranza di vita dovesse raggiungere i 110 anni - aggiungono Cosandey e Roten - si beneficerebbe comunque della pensione per un periodo tra 30 e 45 anni. Quindi molto più a lungo rispetto a oggi". Inoltre un sistema basato sugli anni di contributi aprirebbe la strada a nuove opzioni. Sarebbe ad esempio più facile dividere la propria carriera in due fasi, con in mezzo una nuova formazione. "Si potrebbe - spiegano - prendere un anno di pensione anticipata a 45 anni per finanziare i propri studi o una riconversione professionale. Basterebbe poi lavorare un anno in più al 100% o due anni in più al 50% per compensare questa lacuna nella previdenza. Nel sistema attuale invece le interruzioni di carriera per seguire una formazione o per creare una famiglia possono provocare perdite considerevoli e rendere gli individui dipendenti dai sussidi statali".
Allo scopo di favorire la riconversione professionale andrebbero inoltre rivisti i contratti collettivi di lavoro, secondo i due ricercatori. Salari non più legati all’età del lavoratore bensì agli anni di servizio in un determinato settore. In questo modo i lavoratori più anziani, magari freschi di riqualifica, non costerebbero più dei giovani. La loro assunzione sarebbe quindi incentivata.
Andrebbe poi rivisto il finanziamento dei costi sanitari. "In una società che invecchia - osservano Cosandey e Roten -, è importante determinare quale parte dei costi della salute deve essere coperta individualmente e quale collettivamente. Come già succede per la previdenza della vecchiaia, anche per la salute si potrebbe immaginare un finanziamento misto. Combinare una logica di ripartizione, come l’Avs, con un sistema di capitalizzazione individuale, come il secondo pilastro".
Infine, i trattamenti medici andrebbero attualizzati alla luce del progresso tecnologico. "Fino a non molto tempo fa i medici lottavano per, nel migliore dei casi, ritardare la morte del paziente - affermano i due ricercatori -. Oggi è diverso. Ma non tutto ciò che è medicalmente possibile è anche necessario o auspicabile. Chi deve decidere le cure adeguate? Bisogna spingere i pazienti a fornire delle direttive anticipate, una sorta d ‘testamento medico’ che permetta alle persone di descrivere, quando sono ancora in buona salute, quali trattamenti vorrebbero ricevere e a quali rinuncerebbero, il giorno in cui dovessero essere gravemente malati e incapaci di discernimento".
astern@caffe.ch
10.11.2019


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