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Un terzo delle puerpere lamenta poca empatia
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Per molte mamme il parto
è un evento drammatico
SARA ROSSI E VALENTINA GRIGNOLI


Sembra esserci uno scollamento tra teoria e pratica. Tra ruolo della donna come madre e come partoriente. Tra il valore che le si dà in famiglia e quello che ancora fatica a ottenere in ospedale.
Secondo la risoluzione del Consiglio d’Europa del 3 ottobre scorso, le violenze ostetriche e ginecologiche sono una forma di violenza che è rimasta nascosta a lungo e ancora oggi è troppo spesso ignorata. Si tratta di atti non consentiti o non appropriati che possono avvenire nella consultazione medica o durante il parto. Le donne sono vittime di pratiche violente o che possono essere percepite come tali: episiotomia (incisione chirurgica del perineo e della parete posteriore della vagina per allargare l’orifizio vaginale) o gesti provocati senza consenso, cesarei non necessari o la negazione di un’anestesia per interventi dolorosi. Secondo l’Organizzazione mondiale della Salute non ci sono prove che l’episiotomia abbia un reale beneficio a meno di rari casi; eppure in Svizzera circa una donna su quattro la subisce, spesso senza poter deciderne lei stessa. La liberazione della parola ha permesso a molte donne vittime di violenze ginecologiche e ostetriche di condividere le loro esperienze e di realizzare che non si tratta di casi isolati. Nelle testimonianze ricorre spessissimo la frase "mi sentivo invisibile". "Accadevano cose, transitavano persone, mi toccavano mani, e io mi sentivo invisibile". Questa violenza, prosegue il rapporto del Consiglio d’Europa, riflettono una cultura patriarcale ancora dominante nella nostra società, in particolare in ambito medico.
L’anno scorso, oltre al Consiglio d’Europa, si sono espressi sul tema della violenza legata al parto anche Onu e Oms. A livello locale, il Ticino si è mosso, con la delegata per l’aiuto alle vittime di reati, in collaborazione con l’Associazione Nascere bene Ticino, per organizzare un convegno di riflessione in occasione della Giornata mondiale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Medici, ginecologi, levatrici e operatori del settore, si sono espressi sulle pratiche diffuse fin dall’antichità che vanno a ostacolare quel processo naturale che coinvolgerebbe unicamente madre e figlio: il parto. Secondo Michel Odent, luminare nel campo delle riflessioni sulla nascita, il parto è diventato un affare sociale e la medicalizzazione odierna ha raggiunto il culmine dell’intrusione, ragion per cui bisogna fare un passo indietro.
L’Oms conferma l’efficacia dell’assistenza continua da parte di una o più levatrici qualificate e di fiducia secondo il modello della Midwifery. L’Oms sconsiglia invece nei parti a basso rischio con inizio spontaneo del travaglio alcune pratiche quali l’astensione da cibi e bevande, l’amniotomia (rottura artificiale del sacco amniotico) precoce o routinaria, l’accelerazione farmacologica precoce o routinaria, il taglio cesareo eseguito prima dei 5 cm di dilatazione, l’episiotomia routinaria o libera, la cardiotocografia continua, il clampaggio immediato del cordone. Nel corso del travaglio le donne devono essere incoraggiate a scegliere liberamente le posizioni, le modalità dell’analgesia, le spinte durante la fase espulsiva. Nel suo insieme, conclude, si favorisce la competenza innata della madre.
Lo dice anche Giuliana Musso, attrice vicentina, e autrice di Nati in casa monologo teatrale del 2001 dedicato all’antico mestiere di levatrice (al quale l’Organizzazione mondiale della salute dedica tra l’altro questo 2020) e denunciante l’estrema medicalizzazione del parto oggi. L’attrice racconta con triste ironia e climax emotivo la deumanizzazione perpetuata dalla macchinosa routine del personale medico nei confronti di una partoriente. Dopo aver partorito, esausta e ridotta a marionetta, la protagonista si chiede: ma una volta, le donne, prima di tutto questo, come facevano? …Si nasceva in casa, c’erano le ‘comari’, le levatrici, e le donne erano e rimanevano donne, prima, dopo e durante il parto.
L’Oms è molto chiaro in merito, nella sua campagna di Prevenzione ed eliminazione dell’abuso e della mancanza di rispetto durante l’assistenza al parto presso le strutture ospedaliere. Una parola chiave ricorre più spesso nei documenti, ed è dignità. Quella della donna, che va sempre salvaguardata, e la dignità di cure e assistenze sanitarie, che devono essere soprattutto rispettose nei confronti di tutti i tipi di madri, senza discriminazione e sempre.
05.07.2020


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