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Un divorzio consumato
sull'altare democratico
CHANTAL TAUXE


Joachim Gauch ha osato. Nel corso della sua visita ufficiale del 1 aprile, il presidente tedesco - riferendosi al voto sull'immigrazione - ha osato affermare che la democrazia diretta, a volte, presenta qualche "svantaggio". E che può rappresentare un "grosso pericolo" quando i cittadini sono chiamati a pronunciarsi su argomenti complessi, difficili da comprendere in tutte le loro implicazioni.
La sua amichevole franchezza è stata mal interpretata. La nostra democrazia diretta sarebbe tanto perfetta da non sopportare neppure la minima critica. Quelli che si offendono, dovrebbero sapere che la nobiltà del sistema democratico rispetto alle dittature o alle monarchie, risiede proprio nell'ammettere le critiche. Di favorire l'obiezione costruttiva e soprattutto di sentirsi legittimo al punto da non temere il rimettersi in causa. Gli svizzeri farebbero bene ad ascoltare la riflessione di Gauck, perché è il presidente di un Paese che è sprofondato nella barbarie più assoluta santificando le emozioni popolari. La Germania, che ha superato il suo passato nazista, ma anche la parentesi comunista ad Est, è un Paese durevolmente vaccinato contro lo sfruttamento della volontà popolare. Il suo "edificio costituzionale" prevede ogni sorta di garanzia per evitare le derive.
Ma quello di Gauck non è un caso isolato. La nomina questa settimana di Arnaud Montebourg, quale ministro dell'Economia nel nuovo governo francese, ha conferito una risonanza particolare alle sue dichiarazioni sulla "lepenizzazione" della Svizzera e sul "suicidio collettivo" che rappresenterebbe il voto del 9 febbraio. I governanti dei Paesi vicini hanno decisamente perso la mansuetudine d'antan nei nostri confronti.
L'indignazione non è ben accolta. L'analisi Vox appena presentata ci informa sulle motivazioni dei votanti il 9 febbraio. È una vera bomba. Segnala una profonda mancanza di fiducia nei confronti del Consiglio federale e dell'Unione europea, soprattutto tra i simpatizzanti dei partiti di destra. Ancor più clamoroso per i partiti ancorati alla soluzione bilaterale - come i liberali radicali e i democratici cristiani - il fatto che il 90% tra chi ha votato sì all'iniziativa dell'Udc sarebbe pronto ad accettare pure la pardita degli accordi bilaterali quale conseguenza. Gli europei, insomma, non comprendono né il nostro funzionamento istituzionale, né i nostri obiettivi, e noi ce ne infischiamo. Una maggioranza degli svizzeri pensa seriamente che l'accesso ai mercati europei potrebbe essere limitato con lo scopo di ridurre l'afflusso di stranieri, e che sarebbe davvero meglio così. Questo si chiama divorzio. In tutto e per tutto. E si può seriamente dubitare che il processo di conciliazione che tenta ora il Consiglio federale porti a dei risultati.
06.04.2014


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