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Il punto
Le due svizzere
nate con il Covid-19
MICHEL GUILLAUME


Cinque settimane dopo la comparsa del primo caso di coronavirus in Ticino, il 25 febbraio, la Svizzera mostra due volti della sofferenza. Una sanitaria e una economica. Il virus ha già colpito quasi 20.000 persone e ha causato più di 600 morti. Colpisce i cantoni vicini agli epicentri europei della pandemia, la Lombardia per il Ticino, e Mulhouse per Ginevra, Vaud e Basilea Città.
Anche dal punto di vista economico la situazione è molto preoccupante. La Svizzera non potrà evitare un anno di recessione, come ha già annunciato il ministro dell’economia, Guy Parmelin. Più di un milione di lavoratori saranno costretti all’orario ridotto, dieci volte tanto rispetto alla crisi finanziaria del 2009. Sebbene il Consiglio federale abbia messo a disposizione 42 miliardi di franchi per evitare una cascata di fallimenti, questo importo non sarà mai sufficiente. La somma necessaria sarà di quasi 100 miliardi di franchi, come ipotizzato dall’Istituto Kof.
Eppure, nel bel mezzo di questa crisi senza precedenti, la Svizzera mostra anche una resistenza ammirevole. Si sta riscoprendo come Consiglio federale. Unito, questo governo si sta assumendo le sue responsabilità ascoltando i cantoni, anche se nei confronti del Ticino con un po’ di ritardo. Ha avuto il giusto tono, rinunciando a qualsiasi metafora di guerra che potesse rendere ancor più drammatica la situazione. Ha rinunciato al rigido isolamento chiedendo la solidarietà di tutti. E, nel complesso, la popolazione si è dimostrata molto disciplinata, molto più che in Francia, ad esempio, dove le forze dell’ordine hanno difficoltà nel far rispettare le severe misure introdotte dal presidente, Emmanuel Macron.
Inoltre, il sistema sanitario svizzero, sì molto costoso, si è dimostrato robusto grazie alla notevole professionalità del personale infermieristico ma anche alle ottime infrastrutture. In tempi record, infatti, la maggior parte degli ospedali hanno riorganizzato e almeno raddoppiato la capacità dei letti per la terapia intensiva, così come per primo ha fatto il Ticino. In Svizzera i medici degli ospedali non sono ancora stati costretti a decidere quale paziente far beneficiare di un respiratore artificiale e quale no.
Infine, il settore pubblico e quello privato hanno sepolto la loro antica rivalità, impensabile sino a pochi mesi fa. In tutta la Svizzera, le cliniche private si sono alleate con gli ospedali pubblici. In poco tempo, le barriere ideologiche e amministrative sono state abbattute. In mezzo al dramma, quindi, qualche notizia rassicurante.
05.04.2020


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