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Il funerale di Alice e Monica
Quella casa diventata
un sogno realizzato
MAURO SPIGNESI


Da un lato, il monitoraggio e la gestione del territorio. Dall’altro, eventi meteorologici sempre più estremi e più frequenti, capaci di causare drammi come quello di questa settimana nel Malcantone che è costato la vita a Monica Moriggia e a sua figlia, la piccola Alice. Nel mezzo, il lavoro di chi è chiamato a tutelare la sicurezza delle zone abitate e delle principali infrastrutture da inondazioni, frane, valanghe e da tanti altri pericoli naturali. Un compito non semplice, a cui la Confederazione ha risposto con il lavoro congiunto dell’Ufficio federale dell’ambiente (Ufam) e dell’Ufficio federale per la protezione della popolazione che - in stretta collaborazione con i Cantoni -  ha promosso la “carta dei pericoli”, primo vero strumento di analisi del territorio e base d’intervento per una miglior tutela dai rischi naturali. “Il primo gennaio 2014 la cartografia dei pericoli in Svizzera ha raggiunto una copertura del 93% del territorio - spiega al Caffè Roberto Loat, supplente capo alla Sezione gestione dei rischi dell’Ufam -. Il che significa che gran parte del lavoro è stato fatto. Ma la cartografia dei pericoli non è che una base su cui lavorare per evitare i rischi”.
Una sorta di fotografia, insomma, di quanto c’è da fare per migliorare la situazione e garantire la maggior protezione possibile alla popolazione. “Avere a disposizione questa mappa è una base fondamentale per poter agire contro i pericoli naturali - aggiunge Loat -. A partire da questo strumento si possono mettere in atto diverse misure. Pianificatorie, tecniche, ma anche perfezionare i sistemi d’allarme e le procedure d’intervento. Agendo quindi a livello preventivo e preparandosi a dovere in caso di necessità”.
Anche se lo strumento della carta dei pericoli è piuttosto recente - l’inizio della raccolta delle informazioni risale infatti al 2000, tre anni dopo la pubblicazione delle direttive  da parte di Berna - l’evoluzione climatica degli ultimi anni porta già a riflettere sulla necessità di adattare il “piano dei rischi”, ad esempio, alle bizze meteorologiche. Ma non solo, come conferma l’esperto dell’Ufam. “La cartografia dei pericoli non è certo un esercizio che si fa una volta e che rimane invariato nel tempo, anzi - spiega Loat -. Ad ogni nuovo evento o con lo sviluppo di nuove conoscenze, questo lavoro va adattato e corretto in base alle esigenze. È una sorta di continuo work in progress. E in futuro sarà lo stesso, con l’inserimento nella carta di nuove zone”. Una situazione che, chiaramente, potrebbe avere un influsso diretto anche sulla pianificazione del territorio, settore su cui la cartografia dei rischi incide in modo diretto. “L’obiettivo primario della Confederazione è chiaramente che non si costruisca più in zone potenzialmente pericolose - conferma Roberto Loat -. Oppure, se proprio non è possibile rinunciare alla costruzione, farlo in modo estremamente coscienzioso. Analizzando con precisione il tipo di pericoli e le possibili soluzioni per la protezione degli edifici o delle infrastrutture. La protezione dell’oggetto deve quindi soddisfare criteri molto severi”.
Sapere cosa fare, quindi, e soprattutto dove farlo. È con questo obiettivo che prosegue il lavoro della Confederazione e dei Cantoni con un monitoraggio del territorio praticamente quotidiano. “Va detto che la situazione ticinese è piuttosto progredita, visto che il Cantone è stato tra i primi a dimostrarsi attento a questa problemi, ancor prima che Berna decidesse di varare una legge specifica - precisa Loat -. Concretamente, la carta dei pericoli naturali viene poi sviluppata attraverso l’osservazione degli eventi. Partendo dal loro tipo, valutandone l’intensità e la frequenza. Il lavoro continua e infatti non è stato ancora raggiunto un vero obiettivo. La base operativa rappresentata dalla carta, però, è buona”. Anche secondo Berna, comunque, porsi come traguardo il rischio “zero” rimane utopico. “Dobbiamo fare tutto il possibile per evitare i rischi - conferma Loat -, ma la fatalità non è mai controllabile e il 100% di sicurezza resta impossibile da raggiungere. Accettare i rischi residui, però, fa parte della vita”.
Se il ruolo della Confederazione nel dare le indicazioni di massima in questo delicato settore è fondamentale, non di meno lo è quello dei Cantoni. Che, anche grazie ad una conoscenza più precisa del territorio, hanno l’importante compito di proseguire nell’opera di monitoraggio cartografico dei rischi e di decidere gli interventi per garantire una maggiore protezione. “La Confederazione è  presente anche a livello finanziario,visto che contribuisce nella misura del 50% alla copertura dei costi per l’elaborazione delle mappe dei pericoli - conclude Loat-. Anche quando vengono messe in cantiere opere di protezione, come ad esempio i ripari valangari, Berna non si tira indietro, assicurando una partecipazione tra il 35 e il 45% alle spese”.

mschira@caffe.ch
@MassimoSchira
09.11.2014


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