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L'analisi del meteorologo
Prevenzione vuol dire
allerta meteo
LUCA MERCALLI


Viviamo circondati da allarmi. Ieri erano figli illegittimi di paure profonde e onnipresenti, come l'epidemia, la fame, la guerra. La scarsa conoscenza scientifica, la difficoltà di circolazione di mezzi e informazioni, lasciavano sempre aperta la possibilità della catastrofe, cui si conviveva ricorrendo alla religione o alla superstizione. Oggi - nei Paesi occidentali - viviamo indubbiamente in un mondo più sicuro e prevedibile, grazie all'apporto della scienza e della tecnologia, delle comunicazioni rapide e dei mezzi di soccorso. Gli allarmi attuali hanno quasi sempre una base razionale e ci forniscono un preavviso accettabile per prendere provvedimenti. Tuttavia ci sentiamo forse più in ansia e più turbati dall'insicurezza rispetto al passato. Forse perché la nostra psiche ha una capacità limitata di essere sottoposta allo stress di scenari futuri sfavorevoli.
Abbiamo un cervello che può occuparsi soltanto di una ridotta quantità di stimoli negativi, in genere quelli a brevissimo termine o a grande vicinanza, mentre tende a rimuovere problemi più lontani nel tempo e nello spazio. Il prezzo della crescente complessità del mondo, della immediata disponibilità di un'enorme mole di informazioni e della possibilità della scienza di fare previsioni - che ricordiamo, non sono mai perfette, ma probabili, produce  una sorta di overdose da allarmi, che si può tradurre in paralisi delle decisioni, o in sottovalutazione degli eventi. Alla fine si tende a far di tutte le erbe un fascio, cavandosela con qualche luogo comune a buon mercato: "Tanto sbagliano sempre", "Qualcuno risolverà i problemi", "Secondo me sono tutte balle", "Ci saranno degli interessi dietro". Alcuni allarmi, che hanno pure il loro fondamento, vengono talora enfatizzati dai media e assumono proporzioni maggiori della loro reale incidenza, come gli atti di terrorismo o il rischio di essere assaliti da un lupo o un orso, la cui probabilità di accadimento per ciascuno di noi è irrisoria. Viceversa altri allarmi molto più reali e razionali vengono ignorati o depotenziati, come il rischio per la salute derivante da inquinamento, o i cambiamenti climatici.
Ma veniamo agli allarmi meteorologici, così frequenti negli ultimi anni, ma anche in questi giorni di intense piogge. È un fenomeno emergente, frutto del recente miglioramento delle previsioni meteo a medio termine e delle possibilità di comunicazione via internet e telefoni portatili. Fino a una ventina d'anni fa un'alluvione si subiva come una sorpresa. Semplicemente arrivava. Le previsioni potevano tutt'al più annunciare un periodo di piogge abbondanti, ma senza dettagli quantitativi. Oggi si può prevedere con circa 3-5 giorni di anticipo l'arrivo di precipitazioni intense su una certa area, e quindi è possibile diramare allarmi con diversi livelli di rischio (Meteosvizzera ne utilizza quattro). Purtroppo la meteorologia non è ancora in grado di prevedere con esattezza il luogo, l'ora e le caratteristiche di un evento estremo che può generare una calamità. Ed è qui il punto. L'allarme va utilizzato non come una certezza, ma come un annuncio di attenzione.
Significa prendere atto che esistono le condizioni per un'emergenza, ma non vi è certezza che questa si sviluppi, oppure essa può interessare soltanto una piccola area di territorio e passare inosservata ai più. Capita così che la reazione a un falso allarme generi prima fastidio e poi il noto effetto "al lupo, al lupo". Ciò avviene per la scarsa dimestichezza della popolazione con il concetto di probabilità. Se utilizzassimo queste informazioni in modo positivo - ovviamente non credendo a tutto ma selezionando l'autorevolezza della fonte - avremmo semplicemente una possibilità in più per evitare problemi, senza farci prendere dal panico ma tenendo ben ritte le antenne nella fase di allertamento per cogliere ogni segnale di crisi precoce. Ci sono semplici comportamenti da mettere in atto prima dell'evento meteo: vanno dalla scelta del nostro itinerario fino alla rinuncia a muoversi, da quella di un abbigliamento opportuno - talora un paio di stivali fanno miracoli rispetto alle scarpe con i tacchi -, allo spostamento di oggetti preziosi dai piani terra ai piani superiori e alla preparazione della casa per una possibile evacuazione. E se poi non succede nulla, meglio!
Avremo fatto un'esercitazione di protezione civile, come sono abituati a fare i giapponesi fin dalla scuola materna per imparare a comportarsi in caso di terremoto. Purtroppo siamo troppo presi da una quotidianità completamente artificializzata e priva di contatto con il mondo fisico terrestre. Respingiamo con malumore ogni annuncio che  turba la nostra agenda, salvo pretendere che nel momento in cui si sviluppa una crisi il governo sia subito pronto a occuparsi del nostro singolo caso. Ma può essere tardi e le conseguenze diventano allora irreparabili, basta un minuto per perdere la vita o farsi molto male, perciò conviene investire in una serena preparazione e accettare i limiti della previsione sapendo che l'annuncio di pericolo è già una straordinaria possibilità di cui possiamo disporre rispetto al passato, evitandoci l'effetto sorpresa.
Certo, bisogna vigilare sulla qualità dell'informazione, districarsi tra sensazionalismi e chiasso improduttivo. Ma in definitiva, ciò che per molti è superficialmente etichettato come catastrofismo, per altri ritenuto uno scarico di responsabilità, io semplicemente lo chiamo prevenzione, parola positiva e propositiva che ci può salvare la vita.
09.11.2014


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