Il disastro umanitario della guerra ignorata nello Yemen
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"Raccontate al mondo
cosa ci fanno i sauditi"
JOANIE DE RIJKE


Un silenzio di tomba regna per le strade di Saada, roccaforte Houthi nel nord-ovest dello Yemen. Tutto quello che si può sentire è il vento caldo del deserto che sussurra tra le vetrine chiuse. Sono le dieci del mattino dell'ultimo giorno del Ramadan. Quelli che non sono fuggiti dal centro semidistrutto della città antica sono ancora a letto. Durante il Ramadan tirano fino alle quattro del mattino, masticando le foglie di "khan", la droga stimolante onnipresente in Yemen. Quando finalmente sonnecchiano al sorgere del sole, i primi bombardamenti aerei sauditi li svegliano dal loro sonno. Una serie di scoppi, urla, panico. Nessuno è rimasto gravemente ferito. Mezz'ora dopo, un secondo raid. Questa volta senza vittime. E tutto è di nuovo tranquillo.
Da quando, a fine marzo, la coalizione guidata dai sauditi, che coinvolge nove Paesi arabi, ha impegnato i ribelli sciiti Houthi in battaglia, la "pioggia" ha continuato a scendere. Una pioggia di bombe, che quasi ogni giorno sganciano i caccia sauditi, raccontano i medici dell'ospedale locale. Siamo arrivati &zeroWidthSpace;&zeroWidthSpace;ieri sera e abbiamo trascorso la notte in una casa vicino all'ospedale Gomhouri, l'unico spazio che, secondo gli Houthi, non viene bombardato. L'Arabia Saudita ha dichiarato Saada zona militare. I civili sono stati avvertiti: ogni luogo della città è un obiettivo. Se rifiutano di andarsene, sanno cosa rischiano.
Di fronte alla piazza del mercato solo il minareto della moschea Imam al-Hadi, vecchio di 1200 anni, é rimasto in piedi. Le storiche case di argilla e i negozi intorno alla piazza sono stati rasi al suolo. Il cuore della città vecchia è ridotto ad uno scheletro in un mare di macerie. "Secondo i sauditi, c'erano ribelli Houthi nella moschea - dice Fatehi, la nostra guida locale, con voce rassegnata -, ma in realtà c'erano soprattutto i civili impauriti che si erano nascosti là". Il numero di morti e di feriti a Saada e dintorni è di circa 1.000 persone, in una città che vantava 750mila abitanti. "Il lato sud della città è stato pesantemente distrutto, il lato nord è pure gravemente danneggiato, ma c'è meno gente che fugge - spiega Fatehi -. Semplicemente perché sono troppo poveri, non hanno un posto dove andare. Gli sfollati cercano riparo da parenti o amici o vivono in strada. Impossibile allestire un accampamento d'emergenza; tre tende vicine e si crea un obiettivo per la coalizione".
Attraversiamo la porta della città vecchia, dipinta con l'inequivocabile slogan Houthi: 'Dio è grande. Morte all'America. Morte a Israele. Maledetti ebrei. L'Islam vincerà". Scritte che appaiono in ogni angolo di strada, su ogni muro. Lungo i 250 chilometri che abbiamo percorso dalla capitale Sanaa abbiamo letto gli stessi slogan in ogni villaggio.

Gli aiutanti di Dio
Il movimento degli Houthi, noti anche come "Ansar Allah", aiutanti di Dio, è nato nel 1992 come un'organizzazione di protesta, relativamente moderata, contro il governo centrale. Tra il 2004 e il 2010, Ansar Allah ha combattuto non meno di sei guerre contro il presidente Saleh. Gli "aiutanti di Dio" vogliono più autonomia al nord, la regione che hanno governato per secoli. Dopo aver ottenuto le dimissioni (e la fuga) dell'autocratico presidente Saleh, la scorsa estate hanno sferrato un nuovo attacco al potere centrale. Anche il nuovo presidente Al-Hadi, il 25 gennaio di quest'anno, è stato costretto a dimettersi (e a fuggire all'estero con tutti i suoi ministri) dopo l'occupazione del palazzo presidenziale da parte dei ribelli Houthi. "L'aiutante di Dio" Mohammed Ali al-Houthi si è autoproclamato nuovo presidente del Paese. Da quel momento è apparsa la coalizione araba e sono cominciati i raid aerei e i bombardamenti. Nel frattempo gli Houthi cercano a tutti i costi di mantenere il controllo su gran parte del Paese, anche se il supporto di parte della popolazione - si stima che sia il 25% - si sta sgretolando sotto il peso delle strazianti conseguenze umanitarie del conflitto. La mancanza di cibo, acqua, medicine e carburante è enorme e - secondo l'Onu - almeno 21 dei 24 milioni di abitanti del Paese dipendono dagli aiuti umanitari.
Sul fronte opposto agli Houthi sono diversi i gruppi sostenuti dalla coalizione arabo-sunnita. A Taiz, Ansar Allah combatte contro i Fratelli musulmani e nel porto di Aden i ribelli Houthi hanno subito pesanti perdite nelle scorse settimane nei combattimenti con il Movimento del Sud, un gruppo che riunisce diverse fazioni, ognuna con un diverso programma, ma che vogliono la separazione dal nord cancellando la riunificazione avvenuta nel 1994.
Alla lotta contro gli sciiti nella Penisola Arabica contribuiscono anche Al Qaeda  (Aqap) e in misura minore l'Isis. Anche gli Houthi, però, hanno diversi alleati, incluso il paradossale sostegno dell'ex presidente Ali Abdullah Saleh, che vede la possibilità di tornare al potere e ha ancora dalla sua gran parte dell'esercito regolare. Quello che non è chiaro è fino a che punto l'Iran è coinvolto nel conflitto. Teheran nega qualsiasi forma di sostegno, ma non è un mistero che gli iraniani puntino ad un posizionamento sul suolo yemenita con l'aiuto dei ribelli Houthi. E non solo per mettere i bastoni tra le ruote all'Arabia Saudita: l'Iran punta al controllo dello stretto di Bab-al-Mandeb, tra Yemen e Gibuti, snodo strategico per il trasporto del petrolio. Un'eventualità che l'Arabia Saudita vuole scongiurare a tutti i costi, senza escludere la possibilità di collaborazione con Al Qaeda nella Penisola Arabica.

Feriti a morte sulla strada
Anche se gli Houthi fanno di tutto per nascondere ogni forma di dissenso, le critiche sulla loro politica crescono anche nella loro roccaforte. A Dammaj, un villaggio nei pressi di Saada, caute osservazioni critiche trapelano qua e là. Uno dei residenti, che non vuole essere citato con nome e cognome per paura di essere arrestato, ci dice: "Non si vergognano di tutta questa miseria, eppure sono stati loro che hanno provocato tutto questo". Non stacca gli occhi da noi mentre parla, ma di sottecchi scruta le reazioni del nostro accompagnatore houthi poco distante. Finora ha segnalato ogni nostro passo ai servizi di sicurezza di Ansar Allah e, inevitabilmente, appena si avvicina i nostri interlocutori smettono bruscamente di parlare. Una reazione che si ripeterà spesso nei nostri incontri. Resta il fatto che a dominare è la rabbia verso i sauditi. A Saada molti hanno perso le loro case dopo i raid aerei, o hanno perso un familiare.
Mohsin Mohammed è fuggito dalla città da qualche settimana, quando ha visto morire dissanguati in mezzo alla strada cinque suoi parenti. "Nessuno si preoccupa dei civili - dice con amarezza -. L'intervento saudita non aiuta, anzi la guerra infuria ancor più ferocemente che all'inizio. Bisogna fermare subito i loro bombardamenti illegali. Avevo un negozio fiorente nel centro di Saada, ora ho perso tutto: i miei fratelli, i miei soldi, il mio futuro. Per favore dite al mondo quello che i sauditi ci stanno facendo". Mohsin ora vive con uno zio a Dammaj. Quelli che non riescono a trovare posto presso i parenti vengono accolti nell' ex scuola salafita Dar al-Hadith, un'antica "madras" che godeva di fama internazionale. Ospitava 7000 studenti provenienti da tutto il mondo, fino a quando nel 2011 gli Houthi hanno accusato i salafiti di nascondere armi nella scuola. Quando i salafiti si sono rifiutati di consegnare le armi, Ansar Allah ha attaccato. Nel 2014 la scuola è stata chiusa per sempre e la maggior parte dei salafiti sono stati cacciati da Dammaj. Quelli che continuano a viverci, circa il 20% della popolazione originaria, mantiene un profilo basso. Sulla strada che porta alla scuola, li vediamo seduti in piccoli gruppi, con il tradizionale copricapo a scacchi rossi e bianchi. I profughi della regione ora occupano 1200 delle oltre 2000 ex camere degli studenti, anche perché finora l'edificio non è stato bombardato dalla coalizione e offre un rifugio. La carenza di carburante e combustibile è tale che i nuovi "residenti" saccheggiano dalle camere qualsiasi pezzo di legno si possa trovare. "Lo usiamo per cucinare", spiega Tawfiq Hussein Djaber che prima di fuggire, faceva il venditore di "khan" a Saada. L'uomo ci invita nella "sua" casa dello studente dove vive in pochi metri quadrati con altre 18 persone. "Ho tre mogli - precisa con un po' d'orgoglio misto ad imbarazzo -,  gli altri sono bambini, i nostri bambini". Djaber stringendosi nelle spalle racconta che c'è chi sta peggio: "Al confine con l'Arabia Saudita è ancora peggio che da noi. Chi è fuggito dalla propria casa deve vivere aspettando l'arrivo dei convogli umanitari con acqua e cibo. Ma la coalizione continua a fare di tutto per battere i ribelli Houthi e bombarda il maggior numero possibile di convogli che portano cibo e carburante. Anche i camion con pomodori o farina vengono fatti a pezzi. A pagarne le conseguenza, come sempre, sono i civili".

Bombe sulle case
Il sole scende dietro le brulle e brune montagne quando rientriamo a Saada. Appena entrati in città, un caccia sfreccia sopra le nostre teste. Vediamo un flash arancione, seguito da un tonfo sordo. Pochi minuti dopo Fatujeh, la nostra guida, riceve una telefonata. "È qui vicino - dice in preda al panico -. Nei giorni scorsi si sono accaniti nell'area intorno all'ospedale, una zona civile". Guidiamo a tutta velocità verso il centro, poi corriamo dietro Fatujeh attraverso le strade strette fino a raggiungere la zona colpita. La notte è scesa nel frattempo, possiamo vedere una pioggia di flash rossi nel cielo; sono i cannoni antiaerei degli Houthi, che cercano di colpire gli aerei da combattimento. "Vecchio materiale russo del secolo scorso", spiega il nostro interprete. Saliamo su una montagna di macerie e scopriamo una dozzina di uomini al lavoro al centro della massa grigia. Alla luce delle torce cercano con tutte le forze di scavare per estrarre dei corpi da una casa ridotta in macerie. A poco a poco appaiono due gambe magre, un po'più lontano, una mano. Affiora una donna, apparentemente morta. Gli uomini scavano, urlano, sudano. I loro volti sono una maschera cupa, grigia di polvere. Quando il corpo di un ragazzo viene portato in superficie, ritmano lo slogan Houthi con tutto il fiato che resta loro. Le parole risuonano tra le mura delle vecchie case. Si sente un gemito del ragazzo steso sulla strada. "Sta chiamando la sua mamma", dice il nostro interprete.
Dopo il ragazzo e la donna morta, vengono estratti altri due cadaveri. Poi una famiglia, una madre con tre figli, la donna è gravemente ferita, così come il figlio più giovane, dodicenne. I medici dell'ospedale Gomhouri cercano di rianimare il bambino con tutte le loro forze, senza sosta. La figlia è l'ultima ad arrivare al pronto soccorso. Sulla barella scuote la testa da una parte all'altra, cercando di dire qualcosa. Ma non ci riesce, nessun suono esce dalla sua bocca. L'altro ragazzo è in stato di shock, ha una ferita alla gamba ed escoriazioni su tutto il corpo, ma secondo il medico "lui sta bene". Ha solo 14 anni Mohammed Bassam al Hassadi: "Ho sentito un aereo sorvolare e volevo correre fuori, poi la casa è esplosa" ci racconta. Dopo mezz'ora, il figlio più giovane, Wassam, sembra essere fuori pericolo. "Incrociamo le dita" borbotta l'infermiera sudamericana vicina al suo letto. Fa parte del team spagnolo di Medici Senza Frontiere (Msf), che lavorano con i colleghi francesi. La madre invece non ce l'ha fatta; la portano via, coperta da un lenzuolo. La figlia di 18 anni è stabile, ci dicono i medici. Bassam, il figlio 14enne, è rimasto sulla barella. Non sa ancora che la madre è morta. Ci dice che suo padre è qualche parte nei pressi del confine saudita. Quando la mattina seguente torniamo a trovarlo ha saputo che anche il suo fratello più giovane è morto. La sua casa è completamente distrutta. Il segretario dell'ospedale ci dice che lui e sua sorella possono andare da un parente, ma i ragazzi per il momento decidono di restare qui, in ospedale. "Sì ne hanno bisogno", commenta tranquillamente il segretario.

Nessuna guerra per procura
Pochi giorni dopo ci troviamo seduti di fronte a Saleh Somad, capo della sezione politica di Ansar Allah e numero due del movimento, dopo il presidente autoproclamato Al Houthi. Somad è un ambito bersaglio degli avversari sunniti. È già sopravvissuto a tre attentati e dorme in un posto diverso ogni sera. Dice che non potrà mai più tornare nella casa dove lo incontriamo. Quando sente che siamo stati a Saada, fa portare subito un vassoio pieno d'uva. "Da Saada -indica con orgoglio -. Le migliori uve di tutto lo Yemen, proprio come il melograno. Saada è famosa per questo".
Ansar Allah non ha segreti per Somad, che rievoca con passione la rivoluzione del 2011 descrivendo la radicata corruzione dell'ex presidente Saleh. Gli Houthi hanno giurato di estirparla una volta preso il controllo del governo, ma crescono le critiche secondo cui Ansar Allah, a quanto pare, non è poi così immune dalle pratiche di corruttela. "Abbiamo creato una commissione speciale per combattere la corruzione nelle grandi aziende - sospira Somad -,ma lo Yemen è povero e la corruzione è presente ad ogni livello della società. Il reddito medio in Yemen è di 120 dollari al mese. Ma i prezzi di cibo e carburante sono triplicati. Non esattamente il clima ideale per affrontare la corruzione. Ci vorrà del tempo per fare le cose per bene. Ma ci arriveremo".
Il leader ammette che, più passa il tempo, più  gli Houthi sono sotto pressione, ma nega abbiano perso il controllo di Aden, e glissa sulle voci che vogliono parte del precedente governo del presidente Hadi tornate in città. "Non stiamo soffrendo grosse perdite ad Aden, un sacco di territorio è ancora nelle nostre mani - assicura-. Ammetto che siamo di fronte a una forte resistenza, ma gli Emirati Arabi Uniti la stanno appoggiando con tutte le armi e i mezzi possibili. Sono forti. Ma per ora, la battaglia è incerta. Noi Houthi siamo duri; tiriamo sempre dritto, fino a raggiungere il nostro obiettivo. Faremo di tutto per proteggere Aden. E il resto del Paese. Per fortuna, il resto del mondo comincia a rendersi conto dei danni che l'Arabia Saudita sta causando in Yemen con i bombardamenti. Ci auguriamo che l'Onu eserciterà la sua pressione sulla coalizione almeno per far smettere i raid aerei e far cessare la vendita di armi ad Al Qaeda nello Yemen. Si tratta di un conflitto interno, non è una guerra per procura come i media stranieri dicono spesso. Lavoreremo per noi stessi e Al Qaeda in realtà non ci spaventa, in fondo sono solo in 1700. Ansar Allah è l'unico a combatterli, ma alla fine riusciremo a batterli. Quanto tempo ci vorrà, lo sa solo Dio... ".

Traduzione e adattamento di Ezio Rocchi Balbi
01.11.2015


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